La scarpetta

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Francesca Brotto, Treviso

Piera cammina veloce. È un po’ in ritardo e Alberto s’infastidisce se lei arriva anche solo un minuto dopo l’ora fissata.

Alberto è un ingegnere, ha lavorato per le multinazionali americane e, da quando è in pensione, per riempire le giornate si diletta a organizzare raduni. Ha l’aria di chi nella vita ha visto tante cose e vorrebbe raccontarle tutte (magari non proprio tutte…), conserva l’entusiasmo acerbo di chi vuole che le cose accadano. Ogni anno organizza il raduno delle vedove allegre, dei mancini, dei portatori di alluce valgo, perfino quello delle mutande bizzarre: sono tutti parti della sua fervida fantasia.

Ed è lui che ancora una volta ha organizzato tutto.

Per Alberto un rifiuto equivale a una sconfitta, e a lui non piace perdere. Per questo Piera non se l’è sentita di declinare il suo invito, anche se avrebbe volentieri evitato di partecipare, perché oggi è giorno di austerity, non si può usare la macchina e fa caldo.

Piera accelera il passo, per fare prima taglia giù per vicolo Campana e si ritrova di fronte a un nugolo di ragazzini seduti in cerchio in mezzo alla strada, che giocano al telefono senza fili. Non le era mai capitato di vedere bambini giocare stando seduti in mezzo a una strada deserta. “Tutto sommato – dice tra sé – essere costretti ad attraversare la città a piedi presenta i suoi lati positivi”.

Arriva in fondo alla stradina, gira veloce a sinistra, rischia la collisione con una vecchietta in bici. La nonnina porta quattro borse della spesa appese al manubrio.

“Di sicuro – pensa Piera – avrà fretta di arrivare a casa a deporre le sporte per uscire di corsa e recarsi in chiesa. Non vorrà mica arrivare in ritardo all’ultima messa del sabato”. Poi ad alta voce esclama:

«Siora, è contromano! Se a perde l’equilibrio a casca e a se copa».

«Sì, ma ti bea te ‘ndavi massa veloce!» ribatte l’anziana.

Scoppiano a ridere nello stesso momento, si scusano a vicenda per la paura che si sono fatte, se ne vanno ognuna per la propria strada.

Piera riprende il cammino. Ha il fiato corto, anzi cortissimo, ma riesce a percorrere il resto della strada.

Finalmente avvista gli altri partecipanti. Prima che la compagnia si accorga di lei, estrae un fazzoletto dalla borsa, si tampona il viso un po’ sudato e prega che il rimmel non si sia sciolto. Si tira su i pantaloni, che a causa della camminata veloce sono scesi un po’ troppo e fanno intravedere la fessura del fondo schiena. Quindi sistema la camicetta di seta color corallo, che invece lascia intravedere un po’ troppo il seno (quello che Alberto definisce “arma di distrazione di massa”). Ricorda a se stessa “Pancia in dentro e petto in fora”.

Un respiro profondo ed è pronta a incontrare gli altri. Va loro incontro, saluta tutti con un gran sorriso.

Il gruppo è al completo. C’è un amico di Alberto, un suo ex compagno di università, uno di cui lei non rammenta il nome, ricorda solo che viene da Torino. Le ha fatto l’impressione di essere una persona affabile.

Poi c’è Malvasin, l’architetto. A causa di un suo continuo intercalare gli altri lo chiamano “il Mah”. Ha circa sessant’anni, basso, grasso, pelato, insomma non si può definire un Adone; però quando parla affascina, sembra un guru contemporaneo per la calma mistica che emana, riesce a raccontare delle palle stratosferiche con una tale convinzione che finisce per crederci lui stesso. Piera un po’ lo invidia.

Poi c’è Daria, un’avvocata di Forlì. Parla con la erre moscia alla francese, che abbinata alla esse piena dei romagnoli rende la sua parlata un amalgama assai singolare. Piera pensa “le manca solo una lieve balbuzie, e poi con le varianti orali siamo al completo”.

Infine ci sono Alberto e Caterina, marito e moglie, gli unici sposati della compagnia.

Il locale è tipico trevigiano, quello prima di ponte San Francesco.

Il Mah, che dei guru non ha certo l’abitudine al digiuno, incalza la compagnia: «Dai ragazzi, incamminiamoci verso il ristorante, altrimenti arriva altra gente e va a finire che per mangiare ci vuole un’eternità».

Alberto si avvia per primo, raggiunge il portico del locale, parlotta col maître e comunica al gruppo: «Il nostro tavolo è quello vicino al fiume».

Il maître fa strada, Alberto lo segue, gli altri si accodano come anatroccoli dietro a mamma papera.

Arrivati al tavolo Alberto si esibisce in un altro annuncio: «Ho già assegnato i posti».

Un coro sfalsato risponde: «Grazie! Grazieee! Ma grazie!».

Anche Piera vorrebbe esprimere la propria gratitudine, ma si accorge che Alberto l’ha piazzata tra l’ingegnere torinese e il Mah, di fronte a lei l’avvocata e pensa che sarà dura arrivare a fine serata col rumore del fiume e di fronte quella tipa che parla come un macinino da caffè.

Caterina siede di fianco a Daria. Alberto prende posto a capotavola, a destra sua moglie, a sinistra il Mah.

Piera è sempre più convinta che avrebbe fatto meglio a starsene a casa. Dovrà inventare qualche scusa per alzarsi di tanto in tanto e trovare un po’ di sollievo, magari recandosi al gabinetto.

Intanto, Alberto, col tono del padrone di casa, chiede:

«Spritz Aperol per tutti?».

Un coro di sì detti un po’ troppo ad alta voce attira l’attenzione dei commensali seduti ai tavoli circostanti.

Torna il silenzio.

Piera si rivolge al capogruppo:

«Se non ti spiace, per me col Campari». Il tono di voce è timido, incerto. La disturba ordinare cose diverse dagli altri, ma l’Aperol proprio non le piace. “Alberto dovrebbe saperlo” pensa stizzita. È convinta che lui abbia un’indole da ricercatore universitario. Crea di proposito certe situazioni nelle quali lei sia la protagonista, o la vittima, o più propriamente la cavia, per imperscrutabili sperimentazioni. Infatti, durante le cene gli piace mettersi lontano da lei, osservarla, proprio come farebbe un ricercatore con un topo di laboratorio.

Interviene anche Daria:

«Scusa Alberto, io non bevo alcolici, prendo un’acqua brillante».

Alberto non replica, fa un cenno paziente al cameriere e, quando quello accorre, cambia l’ordinazione.

Piera si innervosisce a mangiare di fronte a qualcuno che non conosce e che nemmeno beve alcolici. Così, per rompere il ghiaccio, chiede all’avvocata: «Sbaglio o sei romagnola?».

«Sì, sono di Forlì».

«Non si direbbe».

«In effetti non sono originaria di Forlì, ma di un paese della provincia di Padova».

Piera non capisce se l’altra abbia apprezzato il suo sottile sarcasmo, non l’abbia capito o ne sia rimasta urtata. Per non rischiare una figura barbina, risponde:

«Ah, ma daaai, anca mi so padovana!».

Daria sorride, a metà tra il divertito e il compassionevole.

Per fortuna torna il cameriere, a raccogliere le ordinazioni: «Buona sera signooore e signori. – esordisce baldanzoso – Avete letto il menù? Avete deciso o torno più tardi?».

«Sì, abbiamo letto e siamo pronti per ordinare» risponde Alberto senza consultare nessuno.

Il cameriere indossa il grembiule nero alla francese, lungo fino alle caviglie, con i lacci che passano all’altezza del bacino e, partendo da dietro, finiscono annodandosi sul davanti. È alto, leggermente curvo, si china e ondeggia tra un commensale e l’altro. Sembra un sacerdote, con l’abito talare, la sottana lunga fino ai piedi, ascolta le loro confessioni, disposto a perdonare ogni peccato, con quel suo viso sorridente e bonario. Da Alberto si dilunga, quasi che lui abbia pesanti colpe di cui sgravarsi.

«I bigoi in salsa, che salsa hanno?» chiede Alberto.

Solerte il cameriere risponde: «Signore, i bigoi tipici sono quelli in salsa di acciughe».

Alberto si esibisce in una espressione scontenta.

«E le canoce come sono cucinate?» chiede.

Lo fa sempre: prima di ordinare, vorrebbe sapere per filo e per segno come vengono preparate tutte le pietanze presenti nel menù, il classico tipo che i camerieri definiscono “el rompi bae”.

«Sono spadellate con olio, aglio e prezzemolo, e sfumate con un po’ di vino bianco» risponde il cameriere.

Alberto riflette. Per fortuna è affamato, così interrompe l’esplorazione del menù.

Con tono minaccioso afferma:

«Vada per le canoce. Ma, mi raccomandando, dica al cuoco di non mettere prezzemolo crudo da nessuna parte».

«Alberto! – interviene la moglie – dai, è solo prezzemolo». E lui rivolgendosi al cameriere spiega: «Il prezzemolo crudo ha un sapore troppo forte e copre quello delle altre pietanze. Raccomandi al cuoco di non metterlo».

Piera è d’accordo con quella raccomandazione. Anche lei pensa che il sapore del prezzemolo crudo rovini il gusto della pietanza. Ma non dice nulla, teme ritorsioni occulte da parte del cuoco.

Arrivano gli spritz e vengono subito prosciugati. Seguono acqua e prosecco per tutti.

«Chi vuole un po’ di vino?» chiede il Mah con il collo della bottiglia di vino stretta tra le dita a sigaro.

L’avvocata rifiuta con un deciso no grazie.

L’ingegnere torinese attende che l’architetto svuoti la bottiglia capovolgendola sul suo bicchiere, e osserva:

«Io un bicchiere in compagnia non lo rifiuto mai!».

«Anche due» interviene caustica Caterina.

Alberto non ha seguito la conversazione, ma il suo intervento è opportuno:

«Direi che è giunto il momento di fare un brindisi a questa bella compagnia».

Tutti alzano i bicchieri ed esclamano: «Salute! Saluteee! Cin cin!».

Il brindisi pare risvegliare nel gruppo la voglia di fare conversazione.

 

Piera, che qualche parola l’ha già detta, ascolta e osserva. In particolare scruta l’avvocata. Ha qualcosa che non la convince, non corrisponde all’immagine dell’avvocato che lei ha in testa.

Piera ha una personale repulsione per gli avvocati, e non ne fa mistero. Dice:

«Sai Daria, la tua professione mi piace! Ma…».

S’interrompe. Daria ha i capelli lunghi, lisci, scuri, e con qualche filo d’argento, sfoggia occhi a mandorla che si muovono veloci. Possiede una faccia tonda che sprizza salute. Non che tutti gli avvocati debbano mostrare una faccia spigolosa e malaticcia, ma è così che Piera si raffigura un principe del foro. La donna che le siede davanti sorride in modo schietto, “non da avvocato” conclude di nuovo Piera. Perfino le mani non sono da avvocato: nodose, solcate da stradine violacee che convergono all’altezza del polso. E la pelle emana un profumo un po’ dolce, che ricorda i fiori di maggio e gli aranci di Sicilia in fiore.

Arrivano i piatti.

«Buon appetito!» esclama Daria.

Tutti ringraziano.

La conversazione si smorza all’improvviso, lascia posto al tintinnio delle posate.

Piera attende che la dirimpettaia abbia assaggiato la sua pietanza, quindi riprende il discorso interrotto. Si rivolge alla compagnia, con tono ironico osserva:

«Non so se ci avete mai fatto caso, ma quando si riceve una raccomandata da un avvocato, non riguarda mai l’imminente arrivo di una cospicua e inaspettata eredità da parte di uno zio d’America, emigrato da così tanto tempo che nessuno più in famiglia si ricordava di lui. Mai!».

L’avvocata la guarda un po’ perplessa. Lei continua: «Sono sempre pretese esose e inesigibili da parte di parenti purtroppo mai emigrati in qualche parte del mondo».

Tutti ridono, annuiscono.

Piera conclude: «Oppure sono parcelle».

E tutti giù a ridere di nuovo.

Tranne Daria. Che però non replica.

I piatti si svuotano. Tra una “ombra” e l’altra, la conversazione riprende ritmo, il tono si alza un po’. Il Mah, brillo, fa la sua uscita:

«Lo conoscete quel detto veneto che parla degli effetti del vino?».

«No, non lo conosciamo. Diccelo, dai!» risponde Alberto.

«Un goto de bon vin fa bon sangue e fa morbin!».

«E cosa vorrebbe dire?» chiede il torinese.

«Un bicchiere di vino fa buon sangue e fa venir voglia di fare l’amore» spiega il Mah.

Piera non si fa distrarre dalle cretinate. Con interesse continua a osservare l’avvocata, non la molla. La vede mentre allunga una mano verso un vasetto di fiori posto al centro del tavolo.

Piera stenta a capire. Pensa “Cosa vuol fare, donare un fiore a qualcuno? Ma a chi poi? L’ingegnere torinese è troppo vecchio, Alberto è qui con la moglie e il Mah è fuori gioco”. Al Mah ci ha pensato la natura matrigna. Eppure un bel colpo di scena ci starebbe bene. Così, tanto per vivacizzare la serata. L’immaginazione di Piera galoppa, colpa anche del vino.

La mano di Daria raggiunge il cestino del pane, che si trova di fianco al vasetto dei fiori.

Piera arrossisce. Per superare l’imbarazzo, tracanna un bicchiere tutto d’un fiato.

 

Non è finita. L’avvocata spezza la fetta di pane, ne prende un pezzo tenendolo tra il pollice e l’indice, lo appoggia sul tocio della pasta che è rimasto sul fondo del piatto e, con l’abilità, la decisione e la sicurezza di chi compie quel gesto con consuetudine, senza curarsi dei presenti lo affonda come una spugna. Il pane assorbe l’olio, il sapore delle erbe aromatiche e degli umori del pesce. Con molta naturalezza, Daria raccoglie il pezzo di pane inzuppato e lo porta alla bocca.

È un gesto che Piera giudica esecrabile, ma in cui si riconosce. Lei è una patita della scarpetta. Quando è a casa da sola, e mangia pietanze col tocio, se non ha pane, prende dei grissini, li sbriciola e attende in religioso silenzio che quella segatura assorba il condimento, aspetta che si compia l’alchimia proibita.

L’avvocata rovescia gli occhi, li chiude, inclina un po’ la testa, muove lentamente le ganasce, quel pezzo di pane inzuppato è come l’ultimo pasto del condannato a morte. Appena si riprende dall’estasi, spezza un altro pezzo di pane e lo porge a Piera. Con un sorriso sornione, dice:

«Questo è tuo».

Piera sgrana gli occhi, esterrefatta. Sente addosso gli occhi di Alberto, che le sta osservando con un sorriso divertito. Le rimbombano in testa i rimproveri dei parenti:

«Non tociare che ingrassi!» dice sempre sua madre.

«Non tociare che non sta ben!» aggiunge invariabilmente suo padre.

E la sorella salutista: «Non tociare che te vien el coesteroeo alto!».

E lei che ribatte: «De qualcosa bisogna pur che mora!».

Piera inspira l’aria che odora di fiume e si lascia andare.

«Grazie». È un grazie colmo di genuino imbarazzo, ma anche di gratitudine quello che mormora mentre prende in consegna la sua metà.

Eccola, è una danzatrice su una pista di porcellana bianca. Danza, disegna cerchi, scivola tra il tocio e il piatto con una grazia sconosciuta ai più. Lascia dietro di lei scie bianche di nulla.

Daria la segue. È sorprendente come le due donne operino all’unisono. Le loro mani paiono sfiorarsi, le loro vite si uniscono. Vite diverse e con diversi destini.

Ritornate sulla terra, il cameriere ritira i piatti lucidi.

«Ultimamente hai seguito cause interessanti?» chiede Piera. Dalla sua voce è scomparsa qualsiasi acrimonia.

«Direi di no» risponde l’avvocata. «La maggior parte delle cause che seguo sono banali liti condominiali».

Piera capisce che l’altra non vorrebbe parlare del suo lavoro. Colto il messaggio, senza fare una piega si gira verso il torinese, assai loquace.

Arrivano i secondi, poi i dolci e il caffè.

La compagnia appare avvolta da un’aura di gioviale allegria. Le voci si mescolano tra loro e si confondono col suono dell’acqua del fiume e la musica delle stelle.

Piera chiama il cameriere, appoggia confidenzialmente la mano sul suo avambraccio, lui si piega e lei sussurra:

«Una Sambuca con la mosca».

Il Mah, che l’ha sentita, in preda all’euforia grida:

«La Piera prende una sambuca con la mosca. Qualcun altro la vuole?».

Qualcuno annuisce. Daria no.

Piera ingolla la Sambuca in un sol colpo. Subito dopo decide che è arrivata l’ora di congedarsi:

«Scusatemi, ma devo proprio andare, mi ha preso una botta di sonno…» comunica con voce un po’ impastata.

Il Mah commenta: «Nooo, adesso che comincia il bello».

Caterina lo redarguisce: «Ma quale bello? Lascia che vada. Se ha sonno…».

«Ti capisco, anch’io sono stanco. Non sono abituato a fare le ore piccole» sottolinea il torinese.

Intanto, Daria contempla l’acqua del fiume.

Piera si alza, inizia il giro dei saluti: prima il torinese, il Mah, poi Alberto e sua moglie. «Perdonatemi, ma davvero non ce la faccio» ripete a tutti.

Saluta Daria per ultima. Le stringe la mano, ma quella la prende in contropiede, l’attira a sé e l’abbraccia. Piera non si sottrae a quell’abbraccio, scopre di desiderarlo.

Infine si allontana, cammina piano, la testa bassa e le mani affondate nelle tasche. Pensa alle favole dell’infanzia. Storie in cui i protagonisti sono sempre di alto rango, le cui gesta sono eroiche e gli amori, grandi, dichiarati con doni dal valore inestimabili.



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