Il primo viaggio di Fabio

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Morena Lanza, Zevio (VR)

 

Ebbe, d’un tratto, la certezza che quello fosse il giorno giusto per partire. L’eccitazione lo assalì e un sorriso gli comparve sulle labbra. Si passò una mano sulla mascella, ad accarezzare la barba di alcuni giorni. Suo padre tollerava a malapena la sua idea di radersi solo una volta alla settimana. Così come non sopportava i capelli spettinati che gli scendevano sul collo. Diceva che sembrava un ragazzino trasandato. A dir la verità un po’ lunghi lo erano, ma Fabio non intendeva affatto dargli soddisfazione. Li avrebbe lasciati crescere ancora. Oltretutto, gli piaceva l’aria da uomo rude e affascinante che gli rimandava lo specchio. Perfino Einstein aveva i capelli lunghi e scompigliati. Si tirò la lampo del giubbotto fin sul collo, per ripararsi dal vento freddo e tornò a incamminarsi sul vialetto coperto di ghiaia, fino alla tomba di sua madre.

Il cimitero era quasi vuoto. Fabio si guardò attorno, un’occhiata veloce per assicurarsi che il custode non fosse troppo vicino per ascoltarlo. Trasferì da una mano all’altra una rosa rossa, senza spine, chiusa nel cellophane come in una piccola prigione argentata. Ne portava una ogni settimana.  «Ciao, mamma» disse sottovoce. «Giornataccia, oggi. Mi sono beccato un altro quattro in greco, il prof mi ha pure sgridato. Non oso pensare a quello che dirà papà. Chissà cosa diresti tu…». Gli si spezzò la voce.  La donna bionda della foto lo fissava con profondi occhi verdi, così simili ai suoi, eppure così lontani. «Però ho preso dieci in fisica, ieri. Non che a papà questo importi. Per lui le materie scientifiche sono solo una perdita di tempo». Si strinse nel giubbotto. L’aria era frizzante, ma il sole del pomeriggio gli riscaldava le spalle, disegnando di fronte a lui un’ombra nitida. La tomba era molto curata. Il marmo grigio perla sembrava appena lucidato. Sulla lastra che copriva il tumulo, un vaso in bronzo conteneva un bouquet degno di una sposa, fuori luogo in quel giorno d’autunno. Una tenera erbetta circondava la tomba. Sicuramente papà aveva sborsato centinaia di euro per il lavoro del giardiniere. Guardò la sua patetica rosa, acquistata con la mancia settimanale. «Mamma, ho deciso. Oggi partirò. Sono riuscito a terminare il mio progetto». Si guardò attorno di nuovo, ma il custode era lontano, accanto all’ingresso. Fabio represse un brivido e sorrise soddisfatto. «Ho grandi capacità. Me ne sono reso conto solo ora, anche se Nakamura me lo sta ripetendo da mesi. Ti ho parlato di Nakamura, vero? È geniale, sa quello che ho fatto ed è pronto a rischiare tutto sul mio progetto».

Il silenzio che lo circondava si fece più profondo. Nemmeno il vento parlava più con i cipressi. Tormentò la rosa e il cellophane protestò con piccoli crepitii. Si costrinse a tenere ferme le mani. «A te posso dirlo, però. Ho paura. Se qualcosa dovesse andare storto, se non dovesse funzionare… – scrollò la testa, raddrizzò le spalle I calcoli sono giusti, le equazioni anche. Sarà un successo! Tornerò, mamma. Tornerò quando il mondo saprà ciò che ho fatto. Tornerò quando papà non vorrà più impormi la sua volontà, perché rispetterà la mia». Si chinò, allungò la mano e depose la rosa sul marmo lucido.  «Ti voglio bene, mamma» mormorò. Si voltò per andarsene, passando il dorso d’una mano sugli occhi.

 

Lo studio dell’avvocato Farnesi si trovava al piano terra della villa, a destra dell’ingresso. Era una versione in miniatura del lussuoso studio che aveva in centro a Verona, dove l’avvocato lavorava e riceveva i clienti. Fabio non entrava mai nello studio del padre.

Quel pomeriggio, al ritorno dalla visita al cimitero, fece un’eccezione. Ogni cosa rispecchiava il rigoroso carattere del padre. Nella stanza in penombra, un singolo raggio di sole illuminava un mappamondo con la base di legno: l’antico oggetto stava sull’angolo destro della scrivania in mogano lucido, accanto a un posacenere in cristallo. Una libreria occupava l’intera parete dietro la scrivania, con file di libri rilegati in pelle. Alcuni titoli brillavano dorati e sommessi. Una sedia da ufficio in morbida pelle nera era accostata alla scrivania, sopra un tappeto orientale con decori rossi.

Fabio avanzò con cautela, quasi senza respirare. Stava per fare qualcosa mai osato prima. Voleva mettere un post-it sul prezioso mappamondo. Suo padre, vedendolo, gli avrebbe chiesto spiegazioni. Quando lo faceva, suo padre assumeva l’aria di un esperto avvocato. Parlava con serietà, fissandolo con i suoi occhi scuri mentre teneva le mani posate bene in vista sulla scrivania. Ogni sua parola era misurata, come fosse ancora in un’aula di tribunale in piena arringa. Fabio aveva sempre temuto la sua gelida compostezza, ma non più. Appiccicò il post-it giallo sul mare accanto al Giappone. Sul foglietto aveva disegnato una freccia che indicava la città di Osaka, dove Nakamura lo aspettava con ansia. Sotto la freccia aveva scritto con cura l’indirizzo del suo amico. Fabio inghiottì a vuoto e si girò per andarsene. La luce si accese all’improvviso. Suo padre era sulla soglia. Nonostante l’intensa giornata di lavoro, l’abito dal taglio sartoriale sembrava appena indossato. La valigetta di cuoio pendeva inerte dalla sua mano, prigioniera di giorni sempre uguali, tra avvocati e cause da vincere. Negli occhi del padre, Fabio lesse una muta accusa. Aveva osato invadere il suo territorio. «Ciao, papà. Sei tornato presto, stasera».

Enrico Farnesi esercitava la professione di avvocato da più di venticinque anni. Dopo la laurea e il tirocinio presso lo studio legale di un amico del padre, aveva aperto il suo studio in città. Adorava il suo lavoro, ne ricavava molte soddisfazioni. Per suo figlio aveva già pianificato ogni cosa da anni. Dopo il liceo classico, Fabio si sarebbe iscritto a Giurisprudenza. In seguito avrebbe svolto il tirocinio sotto la sua guida per poi diventare, al momento opportuno, socio dello studio legale. “Studio legale Farnesi & Farnesi”. Gli piaceva come nome. Per questo, da qualche mese, ogni volta che pensava a Fabio gli venivano i crampi allo stomaco. Il suo unico figlio gli aveva comunicato che non intendeva diventare avvocato. Enrico Farnesi però non era affatto d’accordo. Vederlo oggi nel suo studio, dove Fabio evitava accuratamente di entrare, gli fece rimescolare di nuovo lo stomaco.

«Cosa ci fai qui?» gli chiese con tono più brusco di quanto volesse. Avanzò verso la scrivania e vi posò la valigetta, nella quale si trovava uno dei casi più complessi che avesse mai dovuto affrontare. Intendeva esaminarlo con calma, sviscerando ogni dettaglio, e gli sarebbe piaciuto farlo insieme a Fabio.

Poi il suo sguardo cadde sul mappamondo. «E questo cos’è?». Si sporse in avanti per vedere meglio la scritta. 

«È l’indirizzo di Nakamura, in Giappone» rispose Fabio.

«Chi è Nakamura?». 

Fabio sbuffò. «Te ne ho già parlato un sacco di volte, papà. È l’ingegnere con cui mi collego in videoconferenza».

Farnesi scrollò la testa. «Non mi ricordo di lui. Comunque, adesso sono occupato. Ho un caso impegnativo su cui lavorare e non ho tempo da perdere. Potresti aiutarmi, un po’ di pratica su un caso vero è la cosa migliore per i tirocinanti». Fece scattare le serrature della valigetta e iniziò a estrarre alcuni fascicoli, che dispose con cura sulla scrivania. Alzò lo sguardo e Fabio era ancora lì, a dondolarsi da un piede all’altro.

«Dunque?» chiese l’avvocato. Poi aggiunse: «Vorresti stare fermo, per favore?».

Fabio lo ignorò e disse: «Non mi chiedi perché ti ho scritto l’indirizzo di Nakamura?».

L’avvocato sospirò e si sedette. Intrecciò le mani sul tavolo. «Va bene. Perché hai messo sul mio mappamondo originale del diciannovesimo secolo un post-it con l’indirizzo di quel come si chiama?».

«Nakamura. Myoto Nakamura. Vado in Giappone. Ho deciso di incontrarlo». Farnesi lo fissò in silenzio. Il ragazzo sostenne il suo sguardo, serrando i pugni lungo i fianchi.

«Ho detto che vado!».

«Ho sentito» lo interruppe il padre. La temperatura nella stanza era calata di dieci gradi. «Il fatto che tu sia da poco diventato maggiorenne non ti dà né il diritto né il permesso di fare quello che vuoi. Un viaggio in Giappone! Ma che ti salta in mente? Se ne potrebbe parlare dopo l’esame di maturità, se prendessi un voto adeguato. Ho visto i tuoi voti sul registro elettronico e sono deluso. Cinque in latino, quattro in greco e storia dell’arte. Ti rendi conto che questo è l’anno della maturità?». La sua voce, di solito misurata, era salita di tono. Si alzò in piedi, le mani appoggiate sulla scrivania, gli occhi sporgenti. «Non voglio più sentire sciocchezze simili».

«Non tornerò più a scuola, papà. Odio il liceo classico!» urlò Fabio, percorso da un fremito incontrollabile. «Non puoi farlo! – gridò l’avvocato, battendo un pugno sulla scrivania – Devi diplomarti con il massimo dei voti. Devi superare il test di ammissione a Giurisprudenza».

«Non ci penso nemmeno. Voglio diventare uno scienziato» ribatté Fabio a denti stretti.

«Diventerai avvocato!».

«Mai!».

Nel silenzio che seguì, si sentivano solo i rochi respiri di padre e figlio che in piedi si fronteggiavano, separati dalla scrivania con il mappamondo.

Alla fine, Fabio alzò il mento e disse: «Partirò. Nakamura ha un laboratorio con tecnologie molto avanzate. Mi sta aspettando per testare il mio progetto».

«Non avrai un centesimo da me» sibilò l’avvocato.

«Non mi serve nulla» replicò Fabio. Uscì dallo studio sbattendo la porta con violenza. Un pezzetto di intonaco si staccò dal muro e cadde sul pavimento, sbriciolandosi.

Si udì un botto soffocato. L’avvocato Farnesi sollevò gli occhi dalla pratica, aggrottando la fronte. Sembrava quasi che fosse scoppiato un petardo, uno di quelli grossi. Era passata mezz’ora da quando Fabio era uscito sbattendo la porta. Di solito si rintanava nel seminterrato a giocare a fare lo scienziato. Farnesi posò i fogli sulla scrivania e lo sguardo gli cadde sul post-it ancora appiccicato sul mappamondo. Di nuovo avvertì quella strana sensazione allo stomaco. Andò in cucina, dove trovò la cuoca intenta ad affettare le verdure per la cena.  «Lucia… Cos’è stato quel botto di poco fa?».

La donna alzò lo sguardo, senza smettere di lavorare di coltello. «Non so, avvocato. Veniva dal seminterrato».

«E questo non ti preoccupa?».

La donna posò il coltello. Era una signora rotondetta, con i capelli bruni che già ingrigivano sulle tempie. Si strofinò le mani sul grembiule, accennando una specie di sorriso.  «Sarà un altro degli esperimenti di suo figlio Fabio. Nelle ultime settimane ho sentito spesso strani rumori provenire da basso. Lei non li ha mai sentiti perché di solito torna tardi dal lavoro. Però Fabio dice sempre che non devo preoccuparmi. Dice che ogni scienziato deve fare delle prove tecniche prima…» si fermò, mordendosi un labbro.

«Prima di cosa?» la incalzò l’avvocato.

La donna si strinse nelle spalle. «Prima del grande evento. Non so altro, signor Farnesi».

L’avvocato si accigliò. Il suo sguardo corse alla porta che, in fondo alla cucina, dava nel seminterrato. Era un locale lungo e basso, nato come cantina e magazzino, ma da qualche anno Fabio se ne era impossessato facendone la sua tana. Aveva chiesto e ottenuto che fosse pavimentato con linoleum ignifugo. Aveva trasportato là sotto attrezzature usate di ogni genere, tavoli, armadi, perfino la vecchia doccia quando avevano rinnovato il bagno di sopra.

pensarci bene, era da un po’ che Farnesi non scendeva nel seminterrato. Forse sei, otto mesi. O magari un anno. Non lo ricordava. Era ora di vedere cosa c’era là sotto. Si avvicinò alla porta del seminterrato. Un cartello enorme era appeso al centro con parole nere su fondo giallo.  VIETATO ENTRARE. NON DISTURBARE. GENIO AL LAVORO. Farnesi sorrise tra sé. Un semplice cartello non gli avrebbe impedito di scendere lì sotto. Alle sue spalle il coltello tornò a farsi sentire. L’avvocato afferrò la maniglia e con uno strattone aprì la porta. Sbirciò giù per le scale. Le luci erano accese, ma non si sentiva nessun rumore. Allungò il collo per vedere meglio.

«Fabio, che stai combinando? Cos’è stato quel botto? L’ho sentito fin nello studio». 

Nessun rumore.  L’uomo scese alcuni scalini e lì si bloccò. Quello che vide era assurdo. In casa sua, sotto il suo studio, era cresciuto il laboratorio di uno scienziato folle. Il lungo locale era illuminato da file di lampade al neon e a intervalli regolari da potenti lampade alogene puntate sui tavoli. La parete di fronte alle scale era un susseguirsi ininterrotto di scrivanie, tavoli e ripiani; di questi ogni centimetro era ingombro di computer, attrezzature per il disegno tecnico, attrezzi da officina meccanica. Sulla parete di destra, un’enorme lavagna interattiva era ricoperta di equazioni, grafici e schemi disegnati fitti, quasi uno sull’altro. Cavi elettrici, alcuni sottili altri spessi come il suo polso, correvano sul pavimento, dai computer alla lavagna ad alcuni armadi in metallo con le ante socchiuse, da cui occhieggiavano luci simili a quelle dei pannelli di controllo degli aerei. Un poster inquietante era appeso sopra una scrivania. Raffigurava la locandina del film La Mosca, un film horror a giudicare dall’attrezzatura incomprensibile che vi si intravedeva. Accanto c’era il poster formato gigante di Jeff Goldblum, un attore dall’aria folle. Sull’altro lato era appesa un’immagine di Einstein che gli faceva la linguaccia.

Sulla sinistra del seminterrato, sul pavimento, c’era una specie di stazione metropolitana di cavi di corrente. Tutti confluivano alla base di una cabina doccia in cristallo: era quella che fino all’anno prima se ne stava appoggiata al muro del suo bagno al piano di sopra. Un enorme monitor era collegato alla cabina doccia da un unico, spesso, cavo nero. Il salvaschermo raffigurava un’aquila che spiccava il volo dal fondo del monitor fino a scomparire in alto. L’aquila continuava a comparire, spiccare il volo e sparire. L’uomo scese gli ultimi scalini con passi incerti. Cosa mai faceva suo figlio, invece di studiare greco e latino? 

Fabio non c’era.  Farnesi avanzò con cautela. Scavalcò il groviglio di fili sul pavimento e si avvicinò all’aquila che nella sua danza incessante minacciava di ipnotizzarlo.

Staccò a fatica gli occhi dal monitor e studiò la cabina doccia. Solo che della doccia era rimasto ben poco. Le pareti in cristallo erano sigillate tra loro con del silicone, mentre la porta d’entrata poteva scorrere dentro una guida in acciaio. All’interno era stata sistemata una pedana circolare, forse in gomma. Sul soffitto c’era una calotta rotonda che pareva una padella senza manico, da cui usciva un reticolo di fili elettrici che si infilavano in un buco nel muro. Un brivido scosse l’uomo dalla testa ai piedi. Di nuovo il suo sguardo si spostò verso il monitor, ma questa volta lo vide. Un post-it giallo con una freccia nera indicava il tasto Enter sulla tastiera. Con la bocca inaridita, Farnesi allungò la mano tremante e premette il tasto. L’aquila sparì. Sullo schermo si aprirono due finestre. Su quella di sinistra c’era l’immagine satellitare del Giappone. Sulla destra lampeggiava una frase “teletrasporto completato”.  Un suono lo fece sobbalzare. Era una richiesta di collegamento via skype, proveniente da una casella in basso a destra. Mentre il suono di skype continuava a riecheggiargli nelle orecchie, l’uomo allungò la mano e con il mouse accettò la chiamata.

«Ciao, papà. Sono in Giappone».



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