E te?

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Alessia Volonteri, Cazzago Brabbia (VA)

 

Nevicava forte quel giorno.

Alice corse in cucina, prese una sedia, la spinse sotto la finestra, ci salì sopra. Il vetro era completamente appannato. La bambina lo sfregò in fretta, ci poggiò la fronte, guardò fuori: tutto era bianco, fermo, poche macchine procedevano con prudenza. La neve assorbiva i rumori, arrotondava le forme, ogni cosa diventava dolce, morbida, innocua.

Anna – sua madre – entrò nella stanza, prese un bricco, lo riempì d’acqua, lo pose sul fornello, accese la fiamma. Quindi si avvicinò alla figlia, le pose le mani sulle spalle, si chinò a baciarle i capelli soffici. Sfregò anche lei il vetro della finestra per toglierne il vapore e guardare la neve. «Domani usciremo ancora a giocare» disse.

La bambina vide il gesto della madre. «Mamma non si fa! Dopo, il vetro si sporca» osservò.

«In qualche occasione speciale si può fare uno strappo alla regola» rispose Anna.

Entrambe sorrisero. Restarono qualche secondo in silenzio, ipnotizzate dalla discesa lenta dei fiocchi di neve.

Alice si voltò e chiese: «Gilberto verrà?».

Anna sorrise. «Sì, non ti preoccupare. rispose Tra pochi minuti sarà qui a fare merenda con noi. È preciso come un orologio svizzero». Strinse Alice in un abbraccio e, attratta come una calamita dal profumo delicato dello shampoo che aveva utilizzato per lavarle i capelli, poggiò il naso sulla testa della figlia.

La bambina sfuggì dalla stretta. «Mamma dai, sto guardando la neve. Mi piace tanto».

Ripresero entrambe a osservare il panorama bianco fuori della finestra.

La madre avrebbe voluto dire alla figlia che la capiva benissimo. Rammentava bene come anche per lei la neve fosse magia allo stato puro, quando era bambina: fare i pupazzi di neve, raccoglierla da terra e mettersela in bocca oppure tirarsela addosso, farsi cadere i fiocchi sulla lingua. E poi tutto quello che alla neve era intimamente collegato: il tepore della stufa, spogliarsi degli abiti bagnati, togliere le calze zuppe, il bagno caldo dove immergersi e riscaldare mani e piedi gelati, la fame che si scatenava dopo quei giochi estenuanti. La cioccolata calda. Quella se lo ricordava benissimo.

«Anche a Gilberto piace la neve?» chiese Alice.

«Sicuramente».

«Quando viene glielo chiedo».

La madre sorrise, immaginando la scena.

Ogni giorno, alle quattro in punto, Gilberto bussava alla loro porta per fare merenda. Entrava, timido e compito, si accomodava al tavolo della cucina e per tutto il tempo restava seduto, composto, sorridente. Anna si guardava bene dallo sfiorarlo: a Gilberto il contatto fisico faceva paura, un tocco leggero e lui si sarebbe ritratto come se avesse ricevuto uno schiaffo.

Non parlava molto. Se sua figlia gli avesse chiesto “Gilberto, ti piace la neve?” lui avrebbe risposto “E te?”.

«Sì, a me piace molto».

Gilberto non avrebbe replicato. Al massimo si sarebbe limitato a inclinare la testa e avrebbe emesso un suono di assenso: «U-um».

Avevano incontrato Gilberto per la prima volta un pomeriggio d’estate di quattro anni prima. A quel tempo Alice aveva tre anni e – chissà perché – aveva iniziato a salutare Gilberto quando lui passava davanti alla loro casa: forse per la bella barba bianca che gli incorniciava il volto e i capelli candidi. Lui rispondeva tutte le volte, educato, la testa inclinata. Quel pomeriggio d’estate, invece di limitarsi a salutarlo, la bambina lo aveva invitato a prendere il tè con le sue bambole. Lui si era accomodato e quell’esperienza era risultata così piacevole per Alice che da allora la merenda delle quattro con Gilberto era diventato uno degli appuntamenti cardine della giornata, insieme alla cena con i genitori e ai cartoni delle otto.

Anche Anna aveva finito per affezionarsi a quell’appuntamento. “C’è la notte, c’è il giorno e c’è Gilberto” rifletté. Quell’uomo era entrato a far parte della sua vita e ne scandiva il ritmo, un po’ come il passare delle settimane, dei mesi, delle stagioni. L’imperturbabile Gilberto era una certezza vivente: qualsiasi cosa potesse accadere di magnifico o di terribile, piovesse, facesse caldo, freddo, cadesse la neve – come quel giorno – alle quattro Gilberto si presentava a casa sua per la merenda.

Suonò il campanello. Entrambe guardarono verso l’ingresso: era Gilberto, comparso chissà da dove davanti al loro ingresso.

«Gli apro io!» esclamò Alice, e rapida balzò giù dalla sedia, corse alla porta.

Anna prese la teiera, vi versò il tè, si recò al fornello, lo spense, versò l’acqua bollente sulle foglie scure, posò la teiera al centro della tavola, accanto alla scatola di biscotti. Mancava solo la cioccolata per Alice.

Udì sua figlia chiedere: «Gilberto! Come stai?».

«E te?» rispose Gilberto.

Sua figlia sapeva come trattare il suo amico speciale. Tratteneva tutto l’entusiasmo dei suoi sette anni esprimendolo solo con lo sguardo, e si muoveva con precauzione, stando attenta a non toccarlo.

I due entrarono in cucina. Gilberto camminava a piccoli passi con le mani intrecciate dietro la schiena, badò a non toccare gli stipiti della porta. Teneva la testa leggermente inclinata e sorrideva. Diversamente dal solito, oltre al giaccone indossava un berretto blu di lana e una sciarpa rossa.

«Ciao Gilberto, tutto bene?» chiese Anna mentre preparava la cioccolata.

Lui alzò per un attimo lo sguardo e rispose:

«E te?».

«Avevi freddo fuori?» insistette la donna.

«E te?».

«Io sì, oggi ho avuto freddo. Adesso ci facciamo un tè caldo. Lo vuoi un tè caldo, Gilberto?».

«U-um» rispose lui.

«Alice, la cioccolata è pronta».

Gilberto si sbottonò il giaccone ma non se lo tolse; tolse invece il berretto e la sciarpa, li posò sulla spalliera della sedia.

Tutti e tre si sedettero a tavola.

Anna e Alice aspettarono, pazienti, che Gilberto si servisse. Lui introdusse lentamente le mani nella scatola di latta, avendo ben cura di non toccarne i bordi, prelevò due biscotti, li pose sul piatto davanti a lui, poi li afferrò, uno per mano. Diede prima un morso al biscotto nella mano destra, poi a quello nella mano sinistra, con delicatezza, senza quasi aprire la bocca. Ripeté l’operazione tre volte.

A quel punto si servirono anche loro.

«Gilberto, ti piace la neve?» chiese Alice.

«E te?» rispose lui senza guardarla.

«Sì, a me sì. Ma a te?».

«U-um».

Di rado Gilberto diceva qualche altra parola. Quell’estate, ad esempio, avevano scoperto che era andato in vacanza.

«Sei andato in vacanza Gilberto?» gli aveva chiesto Anna.

«E te?».

«Sì, siamo andati al mare».

Dopo qualche istante di silenzio, sempre senza guardarla negli occhi, Gilberto aveva chiesto imprevedibilmente: «Dove?».

«Al mare, in Toscana» si era affrettata a rispondere Anna.

«Io in Sardegna. Mio nipote».

«Tuo nipote è andato in Sardegna?».

«Nooo».

«Tu sei andato in Sardegna?».

«U-um. Mio nipote».

«Ma tu o tuo nipote?».

«Io in Sardegna. Mio nipote».

«Tuo nipote ti ha portato in Sardegna? Sei andato in Sardegna con tuo nipote?!».

«U-um. E te?».

«Io te l’ho detto. Noi siamo andati al mare, in Toscana».

Era divertente parlare con lui.

Appena l’aveva conosciuto Anna aveva provato pena per lui. Poi però si era dovuta ricredere: Gilberto stava bene, era felice; tutti lo conoscevano, era al sicuro. Chi di loro poteva dire altrettanto?

Alice, intenta a bere dalla propria tazza, d’un tratto sollevò il volto, con le labbra sporche di cioccolata, chiese molto seriamente:

«Gilberto, tu sei Babbo Natale?».

«E te?» rispose lui.

«Io? Io no! Ma Babbo Natale mi piace tanto. Tu ci assomigli molto…».

«E te?».

«Io non ci assomiglio per niente. Senti, magari è tuo amico…».

«E te?».

«Io non sono amica di Babbo Natale, cioè sì, un po’ sì visto che mi porta i regali. Anche a te li porta?».

«U-um. Babbo Natale, regali».

Gilberto terminò l’ultimo biscotto, prese la tazza con entrambe le mani e bevve il tè, a piccoli sorsi, senza fare pause.

Alice insistette: «Cosa vuoi dire Gilberto, che sei Babbo Natale o Babbo Natale ti porta i regali?». Si rivolse alla madre: «Io te l’ho sempre detto che lui era uno speciale». E aggiunse con aria soddisfatta: «Visto? A me dice la verità».

«Alice, lascialo bere tranquillo, basta con questo interrogatorio» la redarguì Anna, preoccupata che Gilberto si agitasse a quelle domande insistenti.

Ma lui, imperturbabile, beveva.

Quando infine Gilberto terminò il tè, pose la tazza sul tavolo, quindi si alzò, si allacciò il giaccone, rimise il berretto, la sciarpa e, senza voltarsi imboccò il corridoio.

Alice, che di solito lo accompagnava fino alla porta, rimase seduta. Era indecisa se ritenersi arrabbiata con sua madre che l’aveva rimproverata, o offesa da Gilberto che non le aveva risposto.

Anna la incitò:

«Vai a salutarlo per bene» le disse.

La bambina si alzò, raggiunse Gilberto che era quasi arrivato all’ingresso.

«Ciao Gilberto. A domani» lo salutò senza entusiasmo.

Lui aprì la porta. «Io sono Babbo Natale. E te?» disse senza voltarsi.

Non vide lo sguardo di meraviglia della bambina. Uscì in quel paesaggio tutto uguale, tutto bianco. Sparì, in mezzo alla neve che fioccava, guardando chissà dove.



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