Il dono

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Silvia Meggiolaro, Busto Arsizio (VA)

 

Se lo ritrovò tra le mani, senza sapere come. Laura si era data tre giorni di tempo per sgombrare tutto. Quel venerdì si era alzata all’alba e senza nemmeno concedersi un caffè si era messa a riempire sacchi della spazzatura di tutto ciò che le riportasse alla mente un ricordo: un giorno speciale, un viaggio, un’abitudine.

Il padrone di casa le aveva detto che non aveva intenzione di riaffittare l’appartamento, poteva prendersi qualche giorno in più, fare il trasloco con calma. Eppure Laura svuotava con frenesia armadi, mobili e cassetti: ogni cosa doveva sparire, entro domenica. Le stanze deserte, i muri spogli avrebbero finalmente rispecchiato il suo stato d’animo.

Si rigirò il libro fra le mani, come se scottasse. Glielo aveva regalato lui il giorno in cui gli aveva confessato che, forse, aspettava un bambino. Era rimasto in silenzio, non avrebbe saputo dire per quanto, poi aveva abbozzato un sorriso, le aveva sfiorato la spalla con una carezza sussurrandole: «Si vedrà».

La sera stessa le aveva fatto trovare quel libro sul tavolo della cucina, incartato, senza alcun biglietto. Scartandolo Laura si era accorta che era usato, si riusciva ancora a leggere il prezzo in lire.

«È un romanzo d’amore! aveva esclamato lui mentre finiva di farcire le lasagne Credo ti piacerà».

«Lo hai letto?» aveva domandato Laura sorpresa.

«No, ma il libraio mi ha assicurato che è proprio un romanzo d’amore».

E gliel’aveva tolto di mano, si era messo a sfogliarne le pagine come se potessero parlare, per confermarle che era davvero così, era una storia d’amore.

Si era scordato di lavarsi le mani. Impronte di sugo erano rimaste impresse qua e là, sulle pagine ingiallite.

Lui non leggeva mai. Laura invece divorava i libri e poi li impilava sui caloriferi, sullo schienale del divano, dietro alle porte. In quell’appartamento in affitto lui non aveva mai voluto far posto per una libreria, lei invece, nel suo nuovo monolocale, ne voleva una alta fino al soffitto. Quel libro, però, non ce lo voleva. Ricordò che era rimasto sul suo comodino per qualche giorno, il tempo di rendersi conto che il bambino non sarebbe arrivato, allora lo aveva nascosto nell’armadio, in fretta, prima che lui rientrasse a casa.

Laura leggeva la mattina mentre il caffè gorgogliava nella caffettiera, la sera tardi quando il sonno non arrivava, leggeva nel pomeriggio di tediose domeniche, nei lunghi e monotoni tragitti in autobus, in coda alla posta estraniandosi dal chiacchiericcio della gente. Leggeva di tutto, ma quello proprio no. Solo a guardarne la copertina di un verde sfacciato si sentiva aggredita da una sgradevole realtà di cui voleva disfarsi, insieme a qualunque traccia dei suoi cinque anni di convivenza.

Sbirciò l’orologio, erano quasi le otto e mezzo, doveva correre al lavoro. Infilò il libro in borsa e scese alla sua fermata, lo avrebbe lasciato in biblioteca quella sera, sulla strada del ritorno. Ma mentre attendeva, irrequieta, presa a programmare fra sé le prossime mosse del suo trasloco, sentì il fastidioso ingombro, il peso insopportabile che avrebbe dovuto portarsi appresso per tutto il giorno. In una manciata di passi divorò i pochi metri che la separavano da un’aiuola striminzita su cui vivacchiavano un paio di pini dall’aria sofferente e abbandonò il libro sulla panchina sgangherata di quel ritaglio di prato.

I romanzi d’amore piacciono a tanti, qualcuno lo avrebbe raccolto, letto, regalato a qualcun altro, chissà. Si sentì sollevata, alleggerita di un fardello di ricordi di cui doveva liberarsi. E si ripeté di nuovo che ce l’avrebbe fatta a svuotare l’appartamento in tempo. Ancora un paio di giorni di lavoro e poi avrebbe girato a doppia mandata la serratura, per l’ultima volta. Immaginava la porta chiudersi dall’interno dell’appartamento disabitato, la sentiva sbattere, udiva il rimbombo che nessuno avrebbe ascoltato da quelle tre stanze abbandonate. Era come in un film, una manciata di fotogrammi che la sua mente riproduceva in continuazione, in un tormentoso replay. E ricominciò a elencare tutto quello che ancora doveva fare: il furgone a noleggio da ritirare entro le otto dell’indomani, i sacchi da portare in discarica, la biancheria e i vestiti da lasciare a un’associazione caritatevole. Il giorno dopo era sabato, avrebbe avuto l’intera giornata per sbarazzarsi della sua vecchia vita.

La città le scorreva a fianco: la gente lungo i marciapiedi, le vetrine illuminate di negozi ancora chiusi, le auto in sosta. Tutto appariva velato e dai contorni indistinti, Laura ci mise un po’ per rendersene conto e allora si asciugò in fretta le lacrime con il dorso della mano, stropicciandosi gli occhi che aveva evitato di truccare. La vista però, attraverso quel finestrino imbrattato, era sempre più appannata e confusa. Aveva cominciato a piovere.

 

Elia trascinava i piedi sull’asfalto bagnato, assorto nei suoi soliti pensieri. Le gambe gli dolevano e un po’ anche la schiena; il letto di quella notte, nel dormitorio di via Dante, non era stato per niente comodo. E adesso ci si metteva pure la pioggia, fine, impalpabile che penetrava fin nelle ossa.

L’ora del pranzo era lontana, il portone della mensa dei frati francescani non avrebbe aperto prima delle undici e mezzo. Lento, raggiunse la fermata dell’autobus, solo per ripararsi perché i mezzi pubblici non li prendeva più da un pezzo. Alcuni autisti ormai lo riconoscevano al volo e gli intimavano in malo modo di scendere, poi erano giorni che non riusciva a farsi una doccia e sapeva che gli altri passeggeri, soprattutto le donne di una certa età, si sarebbero scostati, infastiditi. Nei sette anni trascorsi sulla strada Elia aveva imparato a fare a meno di tutto, anche dell’orgoglio, ma appallottolato in tasca, come uno straccio malridotto, teneva ancora un rimasuglio della sua dignità. E si rifugiò in un angolo, sotto la pensilina gocciolante, finché la pioggia cessò.

Si avviò a piedi, misurando ogni passo, ogni metro, altrimenti sarebbe arrivato troppo presto alla mensa dei poveri. Niente era peggio che attendere davanti al portone chiuso, gomito a gomito con una pletora di emarginati. Preferiva star solo perché guardare in faccia quei disperati gli ricordava in modo crudele cosa li accomunava: la fatica indicibile per sopravvivere.

La copertina verde sfavillante catturò la sua attenzione mentre attraversava il minuscolo parco. Elia raccolse il libro dalla panchina divelta, lo asciugò con la manica sudicia dell’impermeabile e se lo infilò nella borsa di tela cerata. Non era più grande di un sacchetto per la spesa e conteneva tutto ciò che possedeva: vestiti di seconda mano rimessi a nuovo in una lavanderia automatica, una radio portatile e alcune fotografie.

Percorse via Torino, poi svoltò per viale Regina Margherita. Sapeva che in quella zona c’era sempre qualche bancarella di libri usati.

«Quanto mi dà per questo?» chiese a un ambulante che sedeva su una seggiola da campeggio con fare annoiato e con il bavero della giacca alzato, per ripararsi dall’umidità.

L’uomo inforcò gli occhiali e squadrò Elia dalla testa arruffata fino all’orlo stropicciato del suo soprabito dal colore indistinto.

«Un romanzo d’amore… mormorò abbassando le lenti e scorrendo con rapide occhiate il risvolto di copertina Ma si è bagnato ed è anche macchiato. Guarda qui!» e mostrò a Elia le pagine dai bordi umidi e ondulati, con delle chiazze scure qua e là.

«Dammi almeno cinque euro! Là sopra c’è scritto che è costato undicimila lire».

«Appunto, è un vecchio libro che non vale nulla!».

Elia sbuffò sprofondando le mani nelle tasche sformate.

«Facciamo così sentenziò l’ambulante me lo prendo e cerco di farci qualche euro mentre tu vai a berti un bicchiere di vino in quel bar. Di’ alla barista che passa Alberto a pagare» e indicò un’insegna sull’altro lato della strada, un po’ nascosta dalla fila di alberi che fiancheggiavano il viale.

«Non bevo mai la mattina» borbottò Elia.

«Prendere o lasciare» replicò asciutto l’uomo togliendosi gli occhiali da miope e mettendosi a sfogliare una rivista.

Elia si accarezzò il mento su cui spuntava una barba ispida e fastidiosa. Lasciò cadere il romanzo tra le fila ordinate dei libri, esposti sulla bancarella e se ne andò, senza una parola, maledicendo a denti stretti quel tizio che lo credeva un vecchio ubriacone. Forse vecchio lo era, a dicembre sarebbero stati cinquantotto e ne dimostrava almeno dieci in più, ma non beveva quasi mai, non se lo poteva permettere. I francescani distribuivano vino la domenica, a Natale e a Capodanno, ma giusto due dita, ci si poteva appena bagnare il becco. E con due o tre euro, quello che sarebbe costato quel sorso di vino al bar, avrebbe potuto comprarci delle pile nuove per la sua radio.

Riprese il cammino. Il dolore alla schiena non accennava a smorzarsi, anzi si faceva più pungente a ogni passo. Rallentò, si fermò, riprese a camminare fiacco e poi tornò indietro. Attraversò il viale all’altezza di quel bar che l’ambulante gli aveva indicato. Era ora di aperitivi. Elia sbirciò all’interno, attraverso la porta a vetri, e considerò che con il bicchiere che quel libraio da strapazzo gli aveva offerto avrebbe potuto assaggiare qualcuno degli stuzzichini serviti lungo il bancone.

Si presentò alla barista con un largo sorriso: dalle due estremità degli occhi, piccoli e grigi, una ragnatela di rughe s’irradiò sulle guance scarne. Chiese un bianco e con orrore della donna affondò entrambe le mani nella ciotola delle noccioline riempiendosi la bocca.

 

La vita di un senzatetto è disseminata di piccoli miracoli che possono cambiare in modo inaspettato una lunga giornata priva di prospettive. I primi tempi, per darsi una speranza, Elia si era ripetuto all’infinito che bisogna saper aspettare, che la fortuna prima o poi si fa rivedere perché lei è come una donna capricciosa e volubile che sparisce e riappare quando più le piace. Ma alla fine, nel suo incessante girovagare per le strade e i vicoli della città, si era convinto che la buona sorte avrebbe sempre svoltato un angolo diverso e camminato sul lato opposto degli stessi viali che lui percorreva, avanti e indietro, ogni giorno. Allora aveva cominciato a coltivare l’arte di acchiappare quello che di buono gli capitava, ad aguzzare i sensi per essere pronto a cogliere al volo le piccole cose che sfuggivano al resto del mondo.

L’incontro inaspettato con quel libro era stato fruttuoso. Se ce ne fosse stato uno ad attenderlo ogni giorno, su una delle decine di panchine sparse qua e là lungo la sua strada, l’esistenza sarebbe stata un briciolo migliore. E il titolo, lui ne era certo, era di buon auspicio, solo un po’ strano per una storia d’amore. Così aveva detto il tizio della bancarella, si trattava di un romanzo d’amore.

Elia non leggeva da secoli. C’era stato un tempo in cui gli piaceva: sedere in poltrona la sera, concedersi un’ora per sé, in compagnia di una buona storia. Un piacere che se n’era andato insieme al suo lavoro, alla sua casa e alla sua famiglia. La sua vita da cittadino, così la definiva per distinguerla dalla sua nuova vita da reietto, gli era sempre parsa una vita ordinaria finché l’aveva vissuta. Quando vi ripensava però se la raffigurava come un immenso puzzle scomposto in una miriade di tessere, ognuna delle quali rappresentava un dettaglio di quella vecchia esistenza. Ciascuno di quegli istanti equivaleva a una concessione che il destino gli aveva fatto. E anche i ritagli di tempo che aveva dedicato alla lettura li ricordava così, come un privilegio.

Brindò a se stesso e a quel libro, perché fosse il primo di una serie di incontri favorevoli. Vuotò il calice in un paio di sorsi, raccattando qualche tartina.

S’incamminò verso il convento dei francescani chiedendosi cos’avrebbe trovato nel piatto quel giorno. Era venerdì: bastoncini di pesce o frittata agli spinaci. Sperava nella frittata, l’avrebbe tagliata in due e ci avrebbe imbottito un paio di panini, si sarebbe sentito sazio più a lungo. Non era facile rimediare un piatto caldo la sera e affrontare la notte a stomaco vuoto era davvero dura.

L’aperitivo lo aveva messo di buon umore. I tramezzini al prosciutto che aveva ingurgitato lungo la via erano stati un piacevole diversivo al misero pacchetto di biscotti che gli offrivano per colazione, insieme al caffellatte, quando lasciava il dormitorio. Le strade erano di nuovo asciutte e anche le sue ossa, Elia camminava spedito, finalmente libero dai dolori che lo avevano afflitto per tutta la mattina. Imboccando via Risorgimento, appena girato l’angolo, un raggio di sole lo colpì in pieno viso. La giornata aveva preso una buona piega.

 

Elena usciva una volta al giorno. La sua passeggiata iniziava appena dopo il pranzo che consumava in fretta, poco prima di mezzodì. A quell’ora le strade del quartiere brulicavano di ragazzi che uscivano dal liceo Galilei, quei volti freschi e spensierati la rendevano allegra. Ascoltava di nascosto le loro conversazioni, una mania che aveva fin dai tempi in cui era stata una giovane e inesperta insegnante di storia e dopo quasi mezzo secolo aveva concluso che la sostanza di quei discorsi non era mai cambiata. Solo il linguaggio si era trasformato, tante volte, in modo repentino, e lei faceva sempre più fatica a intrufolarsi in quei ragionamenti.

Percorreva sempre la stessa strada, accompagnata da Rufus. Chi li vedeva passare, ogni giorno, alla medesima ora, non riusciva mai a capire se era lei a trascinarselo appresso, legato a un guinzaglio troppo corto, o se era lui che conduceva lei lungo il percorso che quel meticcio in sovrappeso, dalle zampe troppo corte, aveva ormai imparato a memoria. Si muovevano a piccoli passi, talmente piccoli che parevano non condurli da nessuna parte. Ma se qualcuno si fosse preso la briga di seguirli si sarebbe sorpreso nello scoprire che ogni giorno, domenica compresa, compivano un giro intorno al quartiere, percorrendo le strade che lo delimitavano e tornando al portone di casa dopo aver camminato per più di un chilometro. E anche quel giorno Rufus sapeva che alla fine della strada, all’altezza della salumeria da cui si sprigionavano divini profumi, avrebbero incrociato il grande viale alberato.

«Signora Elena, qual buon vento?!».

«Signor Alberto, chissà perché sapevo che oggi l’avrei trovata qui».

«Sa com’è, avevo della merce invenduta dopo l’ultima fiera e qui passa tanta gente, persone come lei. Legge ancora, vero?» chiese l’ambulante indossando gli occhiali.

«Sempre».

L’uomo aprì le braccia mostrando la sua mercanzia: «Allora eccole pane per i suoi denti!».

Si morse la lingua. Non era un’espressione felice da usare verso una donna che aveva passato i settanta e i cui denti, se ancora ne aveva di suoi, dovevano essere un argomento seccante.

Elena parve non badarci. Spostò lo sguardo da un lato all’altro della bancarella: classici, qualche fumetto vintage, riviste d’epoca, un atlante di geografia di un mondo che non esisteva più da decenni e tanti, tanti romanzi.

Con le mani ossute dalla pelle trasparente come un velo che mal celava una rete di vene spesse e bluastre, Elena accarezzò quelle copertine sbiadite dagli angoli consumati, prese in mano qualche volume, ne sfogliò le pagine ingiallite, sgualcite, macchiate. Li avvicinò al viso fingendo di non riuscire a leggere, in verità le piaceva annusare l’odore inconfondibile che si sprigionava dalle pagine, rimaste chiuse per anni.

Dei romanzi provava a immaginare la trama e i personaggi, lasciandosi inspirare dal titolo. A volte leggeva le brevi biografie degli autori, parecchi di loro dovevano essere passati a miglior vita. Tra quegli sconosciuti, che non erano ascesi all’Olimpo della letteratura immortale, poteva esserci qualcuno che aveva una buona storia da raccontare. E dopo aver letto e riletto tutti i classici e tanti best-seller, Elena trovava diletto nello scovare antichi talenti sepolti dalla polvere e dall’indifferenza.

C’era una sorta di empatia tra lei e quei vecchi libri, qualcosa che era migliorato negli anni, soprattutto da quando erano cominciati a traballare i pilastri della sua giovinezza. Era un’alchimia che si ripeteva ogni volta ed era anche l’unica emozione che la faceva ancora fremere. Elena si soffermava sui libri stesi sulle bancarelle per farsi guardare, per farsi scegliere perché, lo sapeva bene, quelli giusti per noi trovano sempre il modo di farsi riconoscere. Le tornava spesso alla mente quello che diceva una sua insegnante: le copertine dei libri sono porte socchiuse di mondi silenti, finché qualcuno non le spalanca.

Ne sfiorò una di un verde curioso, la aprì. Un romanzo sconosciuto, pareva essere passato di mano in mano eppure, lo intuì, non era mai stato letto. Il titolo era breve, un articolo e un sostantivo, che evocava una promessa.

«Prendo questo» annunciò.

«Ottimo, signora! Sono sette euro».

Era un prezzo assurdo, ma ormai Elena aveva fatto la sua scelta. Mentre tastava nella borsa in cerca del borsellino ricordò di avere qualcosa con sé:

«Sono questi i 45 giri che stava cercando?».

E porse le tre custodie di cartone, ben separate da dei panni spessi, per non rovinarli.

L’uomo abbassò gli occhiali appoggiandoseli sulla punta del naso: «…degli anni Cinquanta e anche in buono stato. Nemmeno un graffio!». E l’ambulante cedette il romanzo in cambio dei tre dischi in vinile.

Elena riprese il cammino con Rufus che arrancava e ciondolava sulle zampe malferme. Non si capiva mai chi dei due mostrava i primi segni di stanchezza, a chi cedevano le gambe per primo, chi rallentava il passo per dare modo all’altro di tirare il fiato. A volte si concedevano anche un giro al parco o quattro chiacchiere con un vicino ma quel venerdì Rufus aveva la lingua a penzoloni.

«Sono stanca, torniamo a casa» suggerì Elena.

Rientrando in cucina infilò il romanzo nella credenza quasi vuota. Aveva ridotto le provviste allo stretto indispensabile perché mangiava sempre sola e perché l’appetito non era più quello di una volta. I suoi pranzi erano frugali e saltava quasi sempre la cena perché il tè del pomeriggio, accompagnato dai suoi biscotti inglesi, la saziava fino alla mattina dopo.

Il suo soggiorno invece traboccava di libri e riviste. Appena sposata, più di quarant’anni prima, aveva riempito i mobili di piatti, bicchieri, tazzine che spolverava e lucidava con diligenza. Quando la domenica arrivava qualcuno per pranzo spalancava le vetrine mettendo in mostra le sue stoviglie rilucenti. Con gli anni le visite si erano diradate, il soggiorno si era fatto sempre più silenzioso e aveva preso l’abitudine di tener tirate le tende di velluto, per dissimulare lo patina di polvere che sbiadiva ogni cosa. Ormai da tempo Elena barattava quei servizi fuori moda con i libri che l’accompagnavano attraverso le sue lunghe giornate.

Iromanzi erano come ospiti gradevoli e ne leggeva più d’uno per volta. Non aveva mai dimenticato la regola di suo marito quando invitava amici a casa: è sempre bene che siano almeno un paio, per cambiare discorso di tanto in tanto, per non annoiarsi. Leggeva in cucina, perché era la stanza più calda della casa e anche la più luminosa. Le due grandi finestre affacciate a ovest le permettevano di leggere con la luce naturale, anche nei brevi pomeriggi invernali. Poi accendeva la luce e preparava il tè.

Quel giorno il suono del campanello interruppe il suo quotidiano rituale. Rufus, in attesa di un biscotto al burro, mugugnò infastidito.

Elena aprì la porta d’ingresso con aria altrettanto irritata.

«Sono ancora in tempo per una tazza di tè?».

Alessandro era l’unico uomo ancora capace di sorprenderla. Lei preferiva continuare a considerarlo un ragazzo, a un trentenne d’oggi si può concedere, si giustificava Elena, anche se quell’eterna giovinezza in cui languivano i coetanei di suo nipote non la convinceva molto.

Mentre lo serviva, con una tazza dal bordo sbeccato, gli domandò se avesse trovato una fidanzata.

Lui alzò le spalle.

«Nessun nuovo incontro?» insistette lei.

Elena sapeva che ai privilegi della solitudine ci si abitua in fretta, a qualunque età, e poi diventa difficile rinunciarvi.

«C’è una collega, è stata assunta da poco sorrise lui ho l’impressione che trovi sempre il modo di farsi trovare intorno quando mi alzo dalla scrivania».

«Insomma le interessi. E tu?» provò a indagare Elena.

Alessandro alzò le spalle di nuovo:

«Da quando è arrivata ci siamo rivolti solo qualche parola, ma ci scambiamo molte e-mail… per lavoro intendo».

Poi guardandola di sottecchi confessò:

«Nell’ultima che mi ha inviato ha proposto di vederci, qualche volta. Dovrei accettare?».

Elena scosse la testa e riprese a sorseggiare il suo tè forte e scuro rifilando a Rufus un altro biscotto.

Alessandro conosceva già la risposta con cui sua zia aveva tante volte messo fine ai suoi dilemmi:

«Quando chiedi un consiglio stai già formulando una mezza risposta».

E ingoiando quel tè troppo amaro Alessandro capì che una mezza idea già ce l’aveva, altrimenti quella domanda non l’avrebbe nemmeno posta.

Finirono di bere in silenzio, con la luce del giorno che scemava attraverso le grandi finestre che davano sull’angusto cortile infestato dall’edera rampicante.

Elena si alzò a fatica, aprì un’anta cigolante e afferrò il libro che si trovava in cima alla pila. Alessandro sapeva che là dentro vi depositava i romanzi da leggere. Ve n’erano sempre una decina pronti per essere consumati, come una scorta di cibo in scatola.

«Questo è per te. Una buona lettura per questa sera».

Sua zia doveva crederlo un solitario, uno che passava il venerdì sera in casa, in compagnia di un libro. Gli capitava a volte, ma per quella sera aveva altri programmi. Avrebbe incontrato degli amici a cena e aveva due biglietti per il teatro, ci aveva invitato Viviana. Anche se non stavano più insieme si vedevano di tanto in tanto, a volte Alessandro pensava che avrebbero potuto riprovarci ma quando aveva voglia di vederla la chiamava e lei gli diceva spesso di sì. Perché cambiare le cose, si era detto.

Accettò il regalo senza replicare. Meglio non far partecipe zia Elena dei suoi propositi per la serata. Una volta gliel’aveva confidato che usciva ancora con la sua ex, sperava che lei smettesse di preoccuparsi per la sua vita da single. «Una zuppa pronta, riscaldata nel microonde» aveva commentato lei implacabile che con orgoglio preparava solo minestre con verdure di stagione cuocendole sulla sua vecchia e valorosa cucina a gas.

Rimase a fissare il soffitto per una manciata di minuti. La prima parte della serata era andata bene ma lo spettacolo era stato una vera delusione, aveva sbadigliato per buona parte dell’ultimo atto. A Viviana aveva detto che era stanco, che era stata una settimana pesante ma adesso, sdraiato sul divano, Alessandro attendeva il sonno.

Si alzò e prese il romanzo dalla sua borsa da lavoro. Lo soppesò tra le mani fissandone la copertina di un verde bizzarro. Sua zia era un’accanita lettrice, con una sorta di sesto senso per i libri, se gliel’aveva regalato c’era un perché. Era malconcio, le prime pagine erano sporche e stropicciate ma si rese conto che le altre non erano mai state nemmeno sfogliate. Un destino triste, pensò. Una storia non letta è un’occasione perduta e le possibilità lasciate andare gli mettevano sempre un po’ di malinconia. Si mise comodo e cominciò a leggere.

Il giorno seguente era sabato, Alessandro terminò la lettura poco dopo mezzogiorno. Duecento pagine consumate in una manciata di ore: è così che si assaporano appieno le storie, pensò soddisfatto.

Accese il suo portatile e tra le ultime e-mail ritrovò quella della collega. Stava per risponderle, poi si trattenne. Cercò il telefono e si mise a scorrere l’elenco dei suoi contatti, stava per inviare un messaggio ma cambiò idea. Premette il pulsante e fece partire la chiamata.

Fissò per qualche istante i suoi occhi scuri, lei abbassò in fretta lo sguardo sul cappuccino bollente. Le labbra le si incresparono in un sorriso.

Sabrina parlava poco, come in ufficio, ma bastava soffermarsi sull’espressione dei suoi occhi, sulla mimica del suo viso mentre abbozzava delle risposte schive per scoprire qualcosa di lei. Particolari, senza parole, che trapelavano nella quiete di un bar semivuoto, in un sabato pomeriggio nuvoloso.

«Ho letto un romanzo questa notte. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi».

Alessandro posò il libro sul tavolino e urtò la sua tazza colma di caffè all’americana, il liquido straripò rovesciandosi sulla copertina.

Sabrina cercò di porvi rimedio con qualche tovagliolo di carta. Poi lo toccò, lo sfogliò con le dita lunghe e nervose, dalle unghie corte e un po’ mordicchiate.

«È un regalo?» domandò lei titubante.

«Sì, ma devi farmi una promessa».

Lei replicò con un sorriso aperto, senza più imbarazzo, con una punta di curiosità che manifestò strizzando gli occhi e arricciando il naso.

«È stato pubblicato una ventina d’anni fa, è anche malandato ma credo di essere stato il primo a leggerlo» spiegò Alessandro. «Devi aiutarmi a rendergli giustizia. Quando l’avrai finito, se ti sarà piaciuto, dovrai regalarlo a qualcun altro».

«Il dono…» lesse Sabrina dopo averlo richiuso, soffermandosi sul titolo impresso al centro della copertina. Il verde le piaceva, era il colore delle cose che le infondevano serenità.

«Sembra essere la sua sorte» aggiunse Alessandro provando a immaginare per quali mani era passato il romanzo prima di arrivare nella dispensa di sua zia.

Sabrina passò la punta delle dita sulle sei lettere in rilievo:

«Credo sia anche la fatalità che unisce chi ama i libri».

Questa volta fu lui a lanciarle un’occhiata carica di interesse.

«La gente legge per mille motivi ma la passione per i libri è un talento» chiarì Sabrina. «Chi ce l’ha se la porta dentro, quando nasce».

«Un dono» sottolineò lui.

Lei annuì.

Alessandro non l’aveva mai intesa in quel modo, mai pensato che quello che condivideva con zia Elena, fin dai tempi in cui lei gli insegnava con pazienza a scandire le sillabe sui libri per bambini, potesse essere una dote innata.

Sabrina aveva ripreso a sorseggiare il suo cappuccino e guardava fuori, verso la strada trafficata. Era tornata taciturna. Alessandro non ne fu deluso, aveva cominciato a trovare piacevoli quei silenzi, aspettare che lei trovasse qualcos’altro da dire.

Le prime gocce di pioggia colpirono con un suono sordo la vetrina del bar e in un attimo si moltiplicarono scivolando lungo il vetro in una miriade di rivoli. Le luci si accesero nel locale e in un istante si fece sera.

Lui terminò il suo beverone scuro mentre Sabrina cercava d’infilare il libro nella borsetta troppo piccola. Ad Alessandro venne istintivo paragonarlo a un gatto randagio, a un viandante, a chi non si ferma mai, in fondo lo aveva sempre saputo che i libri hanno un loro percorso e un loro destino. Nella vita ci si incontra, a volte ci si scontra oppure ci si sfiora soltanto. E negli incontri più fortunati qualcosa resta; era stato così, per lui, con quel romanzo.

Si lasciarono alla fermata dell’autobus. Le luci della città luccicavano nel grigiore di quel piovoso tramonto di ottobre. Lei salì a bordo, frettolosa, poi si voltò per un cenno di saluto. Lui, al riparo sotto la pensilina, alzò una mano a palmo aperto ricacciandola subito in tasca.

Sabrina prese posto e posò il libro in grembo. Lo aprì e iniziò a leggere senza far caso all’enorme macchia di caffè che deturpava un angolo della prima pagina. Il finestrino sopra la sua testa era aperto e gocce di pioggia punteggiavano qua e là le lettere stampate ma, anche di quello, parve non accorgersene. Fece scorrere lo sguardo sulla prima manciata di righe, voltò pagina e gli occhi si misero a correre inseguendo le parole che si srotolavano nel racconto.

Lesse per tutta la sera, incurante delle briciole della sua cena che rimanevano appiccicate e imprigionate tra le pagine. Terminò a notte inoltrata, intervallando la lettura a momenti di dormi-veglia in cui la sua mente continuava a fluttuare fra le vicende di quel sorprendente romanzo.

La mattina, di buon’ora, prima di entrare al parco per la sua solita corsa, Sabrina lo abbandonò sui gradini di San Giovanni. Era domenica: qualcuno avrebbe trovato il tempo per una buona storia.



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