La cena elegante

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Angela Pooli, Rovereto (TN)

 

«Ti ho chiamata e richiamata, dove cazzo eri?».

«Ciao Luca, stavo pulendo casa con l’aspirapolvere».

«Il sabato pomeriggio tu non sai fare altro».

Paola guardò la cornetta del telefono, ma non disse nulla, si limitò ad asciugarsi la fronte sudata con un lembo della maglietta sdrucita e stinta.

«Ho prenotato al Trivio per stasera. continuò lui Ci sarà anche Carlo».

«Al Trivio?».

«Sei diventata sorda per caso?».

«E come mai al Trivio?».

«Si va al Trivio perché ho vinto la regata».

Era la prima vittoria di Luca. Nonostante la partecipazione a una serie sterminata di gare, non riusciva mai a portare a casa nulla: una volta erano gli avversari fortunati; un’altra le condizioni in acqua avverse; altre volte era un fattore x. Qualunque fosse il motivo, di risultati non ne acchiappava.

«Mi raccomando, devi passare a prendermi, puntuale, alle otto. continuò Luca La mia macchina è ancora in carrozzeria».

«Ancora in carrozzeria? Non doveva essere pronta per oggi?».

«Quanto sei lagna. Che sarà mai un giorno in più».

«Intendevo dire che è un disagio essere senza, ecco tutto».

«Stammi bene a sentire. La mia è una macchina con le palle, va riparata in un certo modo, quindi ci vuole tempo».

Lei non disse nulla, si guardò le mani arrossate dal detersivo. Luca aveva battezzato in maniera esemplare l’Audi Q7 nuova fiammante – cadeau di mamma e papà – già il secondo giorno che la possedeva, centrando a retromarcia un albero. Che muso da funerale aveva Luca quel giorno in carrozzeria. Ce l’aveva accompagnato lei, ovviamente. Attila – il meccanico, soprannominato così dai surfisti della conca per ragioni imprecisate – aveva sentenziato: «Hai fatto una stronzata. Ci vorranno almeno diecimila euro».

Dal microfono giunse la voce di Luca: «Se penso che verrai a prendermi con quel coso, cazzo, mi sento male».

Lei non rispose. Avrebbe voluto salutarlo in fretta e riattaccare, ma fu lui a farlo.

Paola tornò alle sue faccende. Finì di riordinare la casa, si sciacquò la faccia, si vestì, poi si avviò per fare la spesa. La settimana successiva Luca si sarebbe fermato a dormire da lei. Era ormai un anno che andava avanti il tira e molla del “vengo da te ma solo per qualche giorno, sai ho bisogno dei miei spazi”. Anche lei avrebbe voluto violare il sacro territorio di Luca, ma lui riusciva sempre a evitare che lei si fermasse a casa sua per più di una notte. Una volta gli aveva anche spiegato la ragione: introdurre nell’appartamento femmine non gradite ai benestanti genitori-vegliardi (loro non la ritenevano all’altezza del pargolo) avrebbe fatto calare la scure sulle prebende di cui godeva. «Io ho soltanto trentanove anni, cazzo!» aveva aggiunto. E poi quella suspense teneva vivo il loro rapporto, no?

Paola raggiunse il supermercato.

Aveva appena liberato il carrello introducendo i cinquanta centesimi nell’apposita fessura, quando una voce alle sue spalle disse:

«Ciao, Paola».

Lei si voltò. Era Giulia, una sua ex collega d’ufficio.

«Ciao, che bello vedervi» rispose. Carezzò la manina del bimbo seduto nel seggiolino del carrello. «Come state?».

«Bene… insomma, si fa per dire». Giulia sospirò, indicando suo figlio e sfiorandogli il nasino con l’indice. «Lui è appena guarito, e io mi sto ammalando. Eppure siamo sempre tappati in casa».

Paola senza interesse: «Vedrai che con una bella doccia ti passa tutto». Fissava ipnotizzata il ninnolo di plastica che il piccino stringeva tra le mani cicciose.

Giulia sospirò di nuovo. «Da quando è arrivato questo marmocchio, addio vita sociale. E tu invece?».

«Stasera esco». Il pargolo la fissò con gli occhietti sgranati, sorrise. Paola continuò: «Ma ne farei volentieri a meno, ho la schiena a pezzi». Fece finta di controllare l’orologio. «Oddio, meglio che vada, sono in ritardo».

«Vienici a trovare qualche volta!».

Giulia e il suo bambino se ne andarono.

Paola li guardò sparire. Com’era morbida quella manina grassottella, e com’erano innocenti quegli occhietti. Pensò ai suoi trentacinque anni: c’erano tutti, nonostante gli sguardi che gli uomini le riservavano. Le venne in mente il modo in cui Luca l’aveva guardata quando Attila gli aveva presentato il preventivo, stringendole il braccio e dicendo con un sorriso sicuro: «In qualche modo faremo».

«Su, forza» si disse, e spinse rapida il carrello nella direzione opposta a quella in cui era sparita l’amica.

Arrivata a casa, Paola sistemò la spesa e si ficcò velocemente sotto la doccia.

Con l’asciugamano attorcigliato in testa, si trasferì in camera da letto. Aprì l’armadio a muro e contemplò le grucce rade sul bastone, che risaltavano sullo sfondo a fiorellini lilla della carta da parati. Tolse i jeans nuovi e la camicetta nera con le ruches lungo lo scollo e le maniche di chiffon. Distese entrambi sul letto: era l’unica mise che possedeva che somigliasse a un completo da sera. Aggiunse anche la pashmina color rubino, retaggio di una bancarella del mercato. Da ultimo, frugò nel portagioie e ne estrasse il filo di perle bianche appartenuto a sua madre.

Paola destinò cinque minuti all’asciugatura dei capelli. Li pettinò canticchiando: erano color miele, soffici, docili sotto la spazzola. Si vestì, quindi si recò in bagno a truccarsi. Infine, si rimirò allo specchio dell’armadio: a parte la mise da sera, era la solita Paola, magari un po’ più stanca del solito. “Avrei dovuto osare di più” pensò. Avrebbe potuto caricare con l’ombretto, accentuare gli zigomi con il fard più scuro, e usare il rossetto rosso ciliegia che non metteva da tempo. Spense le luci e uscì di casa. Doveva avviarsi, se voleva arrivare in orario: c’erano trentacinque chilometri di statale per arrivare a casa di Luca.

 

Puntuale alle otto, Paola suonò il campanello di casa Garucci.

Luca scese, la salutò appena. «Dai, muoviti» grugnì.

Salirono in macchina e in silenzio giunsero a destinazione. Luca aprì bocca solo per ordinarle di fermare l’auto fuori dal parcheggio del ristorante. «Non voglio che qualcuno mi veda a bordo di questo coso» disse.

Il ragazzo addetto al parcheggio si offrì di sistemare la Panda ma Paola rifiutò. Addentratasi nello spiazzo scuro, trovò posto vicino a una Porsche Carrera. Scese, chiuse con cura la portiera e ondeggiando – il ghiaino del vialetto che scricchiolava sotto i tacchi alti – si avviò verso l’entrata del locale. Era una grande villa antica, massiccia, decadente. Tutto lì dentro trasudava opulenza, perfino l’insegna l’intimoriva, lasciandole dentro una strisciante, collosa sensazione di inadeguatezza.

Paola entrò. Le tovaglie tonde di broccato lucido toccavano terra; le stoviglie brillavano, superlative; i calici tintinnavano. Al centro esatto di ogni tavolo era sistemato un piccolo candelabro di argento ossidato. I tovaglioli giacevano sul bordo dei sottopiatti di porcellana, arrotolati con un nastrino blu. Vide Luca accanto a una cameriera dai capelli raccolti sulla nuca, la divisa impeccabile, un papillon al collo in stile Playboy. Li raggiunse. La ragazza fece loro strada tra i tavoli. Luca la seguì, con il suo incedere massiccio e deciso. Paola si affrettò dietro di lui, stretta nella pashmina rossa.

Inevitabilmente, l’entrata di Luca catturò l’attenzione delle donne presenti: era il suo metro e novanta, erano le spalle larghe, le braccia e le gambe scolpite messe in evidenza dal vestito nuovo che sembrava troppo stretto per quegli arti marmorei; ma era anche l’abbronzatura annuale ad attrarre gli sguardi femminili, e i disordinati capelli castani, quasi gialli, cotti dalle ore passate in acqua e sotto il sole.

 

Zigzagando tra un tavolo e l’altro, mai come in quel momento Paola si sentì un puntino qualsiasi, un granello di polvere, l’ultimo dei coriandoli calpestati dalla folla in una giornata di carnevale. Socchiuse appena gli occhi, allungò il passo, distolse lo sguardo da quelle donne lugubri che fissavano frementi il suo uomo.

Carlo si era già accomodato al tavolo, e non era solo. Vedendoli arrivare, fece loro un cenno con la mano. «Eccoli qua i nostri fidanzatini. disse A proposito, non vi dispiace se ho portato un paio di amici, vero?».

«Niente affatto. rispose Luca Per festeggiare la mia vittoria, più si è, meglio è».

Partì il giro dei nomi e cognomi con relative strette di mano.

Paola si sedette, il cameriere consegnò loro i menù. A quel punto, lei si azzardò a chiedere ai due ragazzi di cosa si occupassero. Ci pensò Carlo a colmare la lacuna. Erano fratelli, spiegò, surfisti reduci da un surf-tour alle Hawaii e «non sapete che numeri incredibili e quante planate hanno eseguito a Maui».

I due ritennero opportuno aprire bocca.

«Con l’oceano cattivo» disse uno.

«Feroce» precisò l’altro.

«Cazzuto» sottolineò il primo. «Roba da veri artisti». E concluse, assestando una manata sulla spalla del fratello.

Luca strizzò l’occhio alla fidanzata. «Due veri mostri» commentò.

Partì una discussione animata: i due fratelli stavano per partire insieme a un gruppo di romani, volevano andare in Sud Africa; altri surfisti – dissero i nomi ma Paola non li conosceva – erano in partenza per la barriera corallina australiana: tutti alla ricerca delle onde.

“Le onde rimuginò Paola sai che novità… le onde”. S’immerse nella lettura del menù. «Che ne dite di una bella pasta al forno con…». S’interruppe. Nessuno la guardava, l’ascoltava o badava a lei.

Paola chiuse il menù.

«Gli uomini di mare amano il pesce. pontificò Luca Ci ingozziamo fino allo sfinimento?».

Gli altri tre maschi berciarono all’unisono: «Sìììììì».

«Bene, lasciate fare a me e non ve ne pentirete».

Non lo sfiorò neppure il pensiero di chiedere un parere anche a Paola. Schioccò le dita, senza accorgersi che il cameriere stazionava accanto a lui. Quando se ne rese conto prese a confabulare con lui, puntò più volte l’indice su e giù sulla lista, verificando che l’altro scrivesse tutto.

Iniziò un costante andirivieni di piatti, accompagnati da bottiglie di vino bianco.

La donna rifiutò ogni portata. Aprì soltanto un pacchetto di grissini e, mentre lo faceva, i suoi occhi incrociarono quelli desolati del cameriere, che la fissava.

Terminata in fretta la prima bottiglia, i maschi deviarono il discorso su un altro argomento di comune interesse.

«Luca, te la ricordi lo scorso anno quella mora a Biarritz?» chiese Carlo.

«Come no» ammiccò l’amico. «L’avrei aiutata volentieri a togliersi la muta, e anche il resto». Gli altri maschi risero.

«Perché non avete visto che merce gira a Maui» commentò uno dei fratelli.

«E che numeri fanno! aggiunse l’altro Fuori dall’acqua intendo».

«Dai racconta!» sollecitò Luca.

Incitato dagli altri, il fratello interpellato s’inoltrò nel resoconto di una serata hawaiana, iniziata con birra e hamburger e sfociata in un’ammucchiata con tre ragazze in una camera d’albergo. «Tre more da urlo» finì. E tracannò un bicchiere di vino.

Gli altri buttarono indietro la testa e risero, eccitati e già un po’ brilli.

La serata proseguì, lenta, finché finalmente il carrello dei dessert approdò al loro tavolo.

Gli uomini si servirono due volte.

Carlo disse che per finire in bellezza ci voleva lo champagne. «Siamo o non siamo qui per festeggiare la tua vittoria?» chiese a Luca.

Luca, gli occhi lucidi, ordinò due bottiglie.

Lo champagne venne stappato e servito insieme a un cestino di fragole.

Paola allungò una mano, ne prese una.

«Ma come, la freddò Luca di tutto quel ben di dio non hai mangiato nulla e adesso vorresti papparti le nostre fragole?».

Lei arrossì. D’istinto fece per riporre la fragola nel cestino, poi vide che il cameriere dagli occhi tristi la fissava, ci ripensò, prese tra i denti il frutto, lo morse, inghiottì. Allungò una mano e si servì di nuovo; quindi, prese il tovagliolo, con gesti misurati, si pulì la bocca e chiese: «Qualcosa da dire, Luca?».

«Certo che no. rispose lui imbarazzato La mia era solo una battuta».

Carlo s’intromise: «Unisciti al brindisi per il vincitore».

«No, grazie non vorrei disturbare voi maschi».

L’altro ridacchiò: «Gioia mia, ci fai restare male».

«Era una battuta Carlo, non l’avevi capito?». Il tono di lei era tranquillo, cortese.

Il cameriere riempì i bicchieri.

Si fece l’una e mezza di notte. La sala s’era svuotata, i camerieri sparecchiavano stancamente i tavoli intorno a loro.

Luca ricevette una gomitata da Carlo, che gli disse: «Allora vecchio mio, offri tu stasera, non è vero?».

«Ovvio. lo rassicurò l’altro Spetta al vincitore».

Tutti si alzarono. Con incedere traballante i due fratelli si avviarono verso l’uscita. Sulla porta vollero stringere la mano al direttore di sala dicendo: «Perché, guardi, si è… si è mangiato divinamente».

Paola venne aiutata ad alzarsi dal cameriere che li aveva serviti per tutta la sera. Si attardò ad aggiustarsi la pashmina intorno alle spalle.

Fu allora che Luca l’afferrò per un braccio: «Non trovo più il portafoglio. sibilò con la testa bassa, porgendole il conto Paga tu, poi sistemiamo a casa».

Il cameriere doveva aver sentito. La stava fissando.

«Io non pago proprio nulla» rispose lei tranquilla.

«Paola, non fare scenate. Paga, ti prego» ripeté lui.

«Manco morta».

«Paolina, tesoro… sistemiamo questa cosuccia». Con un gesto goffo, da gorilla, Luca provò a carezzarle i capelli. «Ti scongiuro, non posso fare una figuraccia proprio oggi… per una volta che ho vinto, cazzo!».

Paola si scostò e, guardandolo negli occhi, disse: «Tesoro».

«Sì?»

«Vai a farti fottere».

Poi si volse, salutò con un gesto cortese il cameriere, che sorrideva, e uscì.

Fece in tempo a udire il tentativo di Luca: «Mandi il conto a casa dei miei, ecco l’indirizzo».

E la risposta: «Mi spiace, signore, in questo ristorante si paga subito».

Raggiunse la Panda, mise in moto e uscì dal parcheggio deserto.

 

A casa, Paola si preparò un bagno caldo, riempì la vasca di oli essenziali. Avrebbe voluto accendere alcune candele per poggiarle sul bordo della vasca, ma non le aveva in casa. Inserì nel lettore CD un album di Sade, regolò il volume. “Per una volta sopporteranno” si disse, pensando al condominio.

Si tolse i vestiti e s’immerse nell’acqua bollente. Inspirò il vapore intriso di profumi, chiuse gli occhi. Mentre la pelle si ammorbidiva, Paola reclinò la testa, sorrise al pensiero che, dopo tutto, era già domenica.



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