La curva

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Sara Motta, Trieste

 

La finestra del mio studio si affaccia su un fitto bosco di pini nel Canada occidentale. Qui non c’è niente di simile ai paesaggi della mia infanzia e della mia giovinezza: ho scelto di vivere in un posto lontano affinché la mano del passato lasciasse finalmente la presa. Ieri Jimmy, il falegname che ha costruito la scrivania in noce alla quale sono seduta ora, è passato per fare il solito trattamento quinquennale al legno. Ha tolto tutti i cassetti, appoggiato il contenuto su un tavolino e fatto il suo lavoro in modo impeccabile. Nel rimettere a posto ha però dimenticato fuori una piccola scatola blu, quella che stava in fondo all’ultimo cassetto in basso a destra.

«Cosa c’è lì dentro? Una bomba?» mi ha chiesto guardandomi ironico. Non mi ero accorta di essere rimasta bloccata davanti alla scatola chiusa con l’aria preoccupata.

«No» ho risposto cercando di sorridere: «Mi sono solo incantata. Hai finito con la scrivania?» gli ho chiesto sperando di spostare il discorso su qualcos’altro.

«Sì, ho finito. Tra un’ora potrai sederti e lavorare. Qualche nuovo libro in mente?».

«Forse» ma non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla scatola blu. Era rimasta chiusa nel cassetto per anni ormai, custodendo un segreto che non avevo mai condiviso con nessuno.

Jimmy deve aver intuito qualcosa. Ha radunato tutti i suoi strumenti in una borsa e senza fermare la cinghia di chiusura se l’è messa in spalla, poi mi ha stretto velocemente il braccio ed è uscito.

Ora la scatola mi guarda dalla scrivania, è chiusa, e non penso che avrò il coraggio di aprirla. Non fisicamente almeno. Sono sicura che il suo contenuto è rimasto lo stesso, non è necessario che me ne accerti. Però ho davanti a me un taccuino bianco e una penna stilografica appena ricaricata e con essi posso aprire qualsiasi cosa.

Nel paese dove sono nata, sulla strada che si snoda intorno al lago, c’è una curva a gomito, molto stretta e pericolosa. Per raggiungere la casa di mia nonna era necessario fare un mezzo giro del lago e da piccola percorrere quel tragitto ogni domenica mi riempiva il cuore di un’ansia strana: quando mio padre girava il volante tutto a destra per rimanere nella sua corsia, mi lasciavo cadere sul sedile senza fare resistenza. Non torno a casa da una trentina d’anni ormai, perché non c’è più nulla che mi leghi veramente a quel luogo, se non i ricordi.

La curva era davvero insidiosa.

Sulla sua punta il guardrail era sempre ammaccato e non mancava mai un mazzo di fiori legato alla sbarra di ferro, resa sbilenca dai troppi colpi subiti. Ogni domenica ce n’era uno fresco, avvolto nel suo cellophane. Mi chiedevo spesso chi, quando e come riuscisse a fermarsi su quella curva solo per metterlo lì a ricordare qualcuno e mi pervadeva una grande malinconia nel vedere il mazzo di fiori in quel punto. Qualcuno aveva perso la vita lì e la morte era ancora un concetto troppo lontano e incomprensibile per i miei cinque anni, quella parola evocava colori cupi e forme inafferrabili, come le ombre che mi sembrava di veder scivolare sul muro ogni notte prima di addormentarmi, di cui al mattino non c’era più nessuna traccia.

«Non lo farei mai. È una cosa macabra». Avevo appena imparato quella parola, e cercavo di usarla a ogni occasione, anche quando non c’entrava nulla. Ma in quel caso ci avevo azzeccato.

Una volta usciti dalla curva smettevo di trattenere il respiro. Mi ero convinta che se avessi trattenuto il fiato l’avremmo superata sani e salvi. E così succedeva, ogni domenica.

I motociclisti la adoravano. Da adulta avrei capito e imparato l’emozione che le curve davano agli amanti delle due ruote: come si rivelavano, come coprivano e poi mostravano pezzi di cielo e di lago in un modo che chi guidava l’auto non avrebbe mai potuto comprendere. E poi c’era il contatto con la strada e l’asfalto che sfiorava il ginocchio dei più audaci. Dalla macchina io li guardavo con ammirazione sincera, li seguivo mentre curvavano e sapevo che la maggior parte di loro erano amici e viaggiavano insieme.

Se c’era un acquazzone estivo stavo in pena per loro, mentre in inverno mi preoccupavo che le strade non fossero ghiacciate o scivolose. Quando li vedevo seduti in pizzeria con le tute abbassate e le moto parcheggiate una di fianco all’altra, come cavalli in attesa dei loro padroni, avrei voluto far parte di quel gruppo. Se il mio sguardo incrociava il loro e qualcuno mi sorrideva, arrossivo e mi nascondevo dietro mio padre. Presto iniziai a trattenere il respiro durante la curva anche per loro, convinta dei miei poteri magici.

 

All’età di diciotto anni, dopo aver praticato karate, nuoto e ciclismo a livello agonistico, mio cugino Lucas trovò la sua più grande passione: la moto. Per tutta l’estate aveva fatto il giro del lago ogni sabato e domenica, e quando lo vedevo tornare a casa la sera, con il casco sottobraccio e quella tuta che lo faceva camminare in modo buffo, mi sembrava un astronauta. Lo guardavo dal balcone fingendo di trovarmi lì per caso, ma in realtà io lo aspettavo, sentivo il rombo già da lontano e calcolavo quanto ci avrebbe messo dal garage sotterraneo, dove parcheggiava la sua moto, a passare sotto al mio balcone. Di solito ci volevano venti minuti, prima che lo vedessi salire i gradini. Lui, come se sapesse di essere osservato, alzava gli occhi.

«Cos’hai da guardare, gnomo?» mi urlava e poi rideva.

«Guardo quanto sei brutto, testa pelata!» rispondevo io e mi ritiravo in casa arrabbiata e offesa. Mio cugino si rasava i capelli a zero da due anni, ed era l’unico difetto fisico che riuscissi a trovargli. Perché era perfetto ai miei occhi e avrei voluto essere solare, felice, piena di vita e brava negli sport proprio come lui. Invece ero una bambina chiusa, con gli occhiali e le lentiggini che passava gran parte del suo tempo immersa nei libri o scrivendo storie di fantasia. Insultarlo era il mio modo di dimostrargli affetto, perché in realtà avrei solo voluto comprare un casco e fare un bel giro in moto con lui, come vedevo fare a quei ragazzi ogni domenica.

 

Una settimana prima di Natale mi svegliai nel cuore della notte, dopo un sogno. Non riuscivo a ricordare di preciso cosa avessi sognato, ma c’era acqua, nebbia e mi sembrava di sentire ancora l’umidità nelle ossa. Mia nonna mi aveva preparato una colazione coi fiocchi, ma non avevo appetito. Pensavo che al pomeriggio saremmo dovuti tornare a casa e l’idea di fare la solita strada mi rendeva inquieta più del solito. Diedi un’occhiata al frammento di cielo grigio fumo pieno di nuvole cariche di pioggia e la mia preoccupazione aumentò.

Incontrammo pochissimi motociclisti quel giorno, erano quasi tutti fermi sotto le tettoie gocciolanti dei ristoranti a guardare il cielo con aria dubbiosa. Nel fare la curva, trattenni il fiato. Non avevamo mai assistito a un incidente in tutti quegli anni di viaggi, e dal mio punto di vista ne avevo il merito. L’infanzia è una stagione bellissima proprio per questo. Ci si sente artefici del proprio destino e io mi sentivo magica, in effetti, in grado di proteggere chi amavo solo tappandomi il naso per una manciata di secondi. Ma quella stessa sera, la mia percezione della vita cambiò.

Stavo cenando, quando il citofono iniziò a suonare con insistenza. Mi sono sempre chiesta cos’è che fa percepire lo stesso suono in maniera diversa, perché ricordo che quella sera il trillo era insopportabile. Era compito mio rispondere, così mi alzai.

«Ciao, devi avvisare i tuoi zii, perché tuo cugino è in ospedale e dovete venire tutti lì». Non avevo avuto nemmeno il tempo di chiedere chi fosse. Istintivamente cercai di sentire se dall’appartamento di fianco provenissero rumori, ma c’era solo silenzio. Avevo una ventina di cugini, ma sapevo che si trattava di lui.

«Ma come sta?».

«Voi andate, io non lo so. Forse una gamba rotta o forse è in coma, non lo so». C’era, in quella voce, il tipo di incertezza che smetti di notare una volta cresciuto. Però, mi dissi, avevo trattenuto il respiro nel fare quella curva. Quindi non poteva essere successo nulla di terribile.

Avvertii mio padre e tutti gli zii, come mi era stato detto di fare; nel giro di dieci minuti eravamo tutti per la strada verso l’ospedale. C’era traffico e aveva ricominciato a piovere, procedevamo lenti e i dubbi iniziavano a insinuarsi tra i miei pensieri. La prima cosa era il silenzio dall’appartamento accanto e il fatto che dalle quattro di pomeriggio non avessi sentito un suono o un rumore né una voce provenire da casa di mio cugino. Ebbi paura e l’incertezza nella voce di chi aveva suonato al citofono risuonò come un’eco di minaccia. Subito dopo pensai a quelle persone di cui ogni tanto sentivo parlare al telegiornale, a come si svegliavano dal coma ascoltando la musica dei loro cantanti preferiti. Chi ascoltava lui? Santana? AC/DC? Dovevo pensarci, mi sarei procurata le cassette se era in coma. Se…

Raggiungemmo il parcheggio sul retro dell’ospedale e capii che non avrei mai più urlato dal balcone “testa pelata” né avrei aspettato con ansia un rombo di moto. Quando il mio sguardo incontrò quello di uno dei miei cugini accorsi quella sera, capii che Lucas non c’era più. Non era in coma e non aveva una gamba rotta. Era morto. Lasciai la mano di mio padre e superai mio cugino che piangeva seduto sul marciapiede, corsi fino alla porta dove un paio di carabinieri con i cappelli in mano cercavano di restare impassibili. Mi ritrovai in una stanza piccola, con una luce gialla che mi sembrò fortissima, davanti a mia zia. Aveva un orologio in mano.

«L’orologio non si è fermato, funziona ancora». Lo alzò per mostrarmelo e vidi il quadrante crepato. Dovetti appoggiarmi al muro, perché stavo perdendo l’equilibrio. Le gambe mi tremavano e non volevo vedere oltre, non volevo entrare in quella stanza perché i lamenti che uscivano da lì erano terribili. Sembravano ululati e sapevo a chi appartenevano. Ma alla fine entrai, perché volevo vedere. Volevo avere la certezza di quello che era successo, perché qualcosa mi diceva che non era possibile. Quel qualcosa a cui mi aggrappavo con le unghie, una giustizia che non esisteva se non nel modo di ragionare di una bambina. Il cuore mi sprofondò nello stomaco. Negli anni ho pensato spesso a quella notte, e quella scena l’ho rivista nella mia mente a rallentatore così tante volte che è diventata come la sequenza di un film. Mio zio inginocchiato a terra che piange, chiama, accarezza il viso di suo figlio. Lui è dentro un sacco, mio zio lo ha tirato fuori fino al busto e lo tiene tra le braccia, come la statua della Pietà di Michelangelo. Solo che Lucas non ha le braccia penzoloni, perché mio zio gliele tiene strette tra le sue, lo avvolge quasi avesse tra le braccia un neonato. La testa è piegata di lato e i suoi occhi socchiusi mi guardano. Riesco a vedere le iridi nocciola e la vita che le ha lasciate.

Non so quanto tempo sono rimasta immobile a guardare quella scena, ma so che niente altro mi ha mai fatto sentire più inutile dopo. Sono cresciuta, mi sono innamorata, ho avuto le mie delusioni, ma niente mi ha fatto andare in frantumi quanto vedere mio zio cullare il suo unico figlio tra le braccia, una settimana prima di Natale, chiedendogli per favore di non lasciarlo, di tornare da lui. Ancora adesso a scriverne mi viene un bruciore agli occhi, e sono passati quanti anni? Trenta? Sì, qualcosa del genere. Se c’è un punto di rottura per una persona penso che quello sia stato il mio. In quel momento ho davvero iniziato a crescere. È finita l’infanzia e l’ingenuità e il mondo è entrato prepotente scaraventando via la magia dei miei piccoli rituali e i ricordi di quelle attese dal balcone.

Il resto di quella notte è una visione sfocata, come se anche adesso stessi guardando tutto attraverso un velo di lacrime. Dieci anni di età furono sufficienti per capire che non c’è cosa peggiore al mondo che perdere un figlio, che anche se gli occhi dei miei zii erano aperti e continuavano a vedere, la vita se n’era andata come se n’era andata dagli occhi di Lucas.

Per me invece gli anni passarono, non senza che il suo ricordo tornasse a farmi visita più vivido che mai sotto Natale. Anche nella vita di tutti i giorni, pur vivendo in un’altra città, lui non se n’era mai andato. Spesso mi trovavo a pensare a come sarebbe stato averlo ancora in vita, immaginavo quanti anni potesse avere e con le dita facevo il conto. Poi mi sdraiavo e a occhi chiusi cercavo di vederlo, adulto. Magari con qualche ruga, coi capelli brizzolati… ma non ci riuscivo. Qualcosa nella mia mente lo impediva e il senso di impotenza mi lasciava una rabbia cieca addosso. Arrivò il dicembre dei miei vent’anni d’età e i miei sogni erano sempre più inquieti. La notte mi svegliavo almeno due o tre volte con la sensazione di soffocare e mi ritrovavo sudata sul letto con i capelli appiccicati alla fronte. Mi dovevo alzare, fare la doccia e cambiare le lenzuola. In quei sogni c’era qualcosa che mi sfuggiva e non riuscivo ad afferrarlo e alzarmi era l’unico modo per non impazzire. Una notte però successe qualcosa di diverso. Mi svegliai di soprassalto sentendo cadere qualcosa a terra e vidi la porta della mia stanza socchiusa, come se qualcuno fosse uscito un istante prima.

Accesi la luce, spaventata: dal pavimento, la foto incorniciata di Lucas mi guardava. “L’avrò fatta cadere io ‒ mi dissi ‒ agitandomi nel sonno”. Ma il pensiero della porta che si socchiudeva piano non riuscivo a spiegarmelo. Tornai a guardare la cornice a terra. Era una strana coincidenza la posizione in cui era caduta. La raccolsi e la guardai per un po’. Ricordavo quando mio zio aveva scattato quella foto l’estate prima dell’incidente. Lucas era pronto per il suo giro in moto, vestito con la sua tuta di pelle e il casco sotto il braccio destro, in quella posa che mi ricordava un astronauta in missione. Con quella tuta era stato seppellito qualche mese dopo.

Osservai ogni minimo dettaglio di quell’istantanea, i miei occhi seguirono le cuciture bianche che percorrevano il busto della tuta nera e rossa, come un piccolo serpente, delineando i fianchi, le spalle e il collo. Fu in quel momento che ebbi un flash: l’immagine di quei fiori e la curva si sovrapposero e capii cosa dovevo fare. Capii che volevo vederlo ancora una volta e anche dove e come lo avrei trovato. Su quella stessa strada che l’aveva portato via, su quella curva dove non mancava mai un mazzo fresco di fiori, io avrei rivisto Lucas.

Il mattino dopo, l’idea non mi sembrò così stupida come mi ero aspettata. L’unico problema era la mia mancanza di fede, il fatto che non credessi praticamente a niente, se non forse al potere esercitato dai luoghi. Da avida lettrice di Stephen King ero cresciuta nella convinzione che i luoghi, se pur inanimati, trattenessero il male. Proprio nel mio paese infatti, molti anni prima che nascessi, avevano chiuso un manicomio. Era stato teatro di abusi e violenze e dopo anni di denunce finalmente avevano arrestato gli infermieri e messo i sigilli alla struttura. L’edificio però era rimasto lì, incastrato dai lunghi tempi della burocrazia che non poteva demolirlo né rilevarlo fino a che il processo non fosse terminato. Quando andavo alle elementari dovevo passare per forza da quella strada, e pur non sapendo di cosa si trattasse, poiché da fuori sembrava solo un’enorme casa con le sbarre alle finestre, mi faceva una paura del diavolo. Cercavo di non guardare mai da quella parte, ma sentivo di essere osservata. Anni dopo finalmente buttarono giù i muri. Non riuscirono mai a vendere il terreno comunque, e per quel che ne so è ancora l’unica parte non edificata del paese. Credevo che quelle mura in qualche modo fossero riuscite a trattenere il male, e come loro il terreno su cui erano state edificate. Ci credevo perché non ero mai riuscita a spiegarmi quella sensazione di disagio che non derivava dalla conoscenza dei fatti, ma era meramente fisica.

Il ricordo di quei fiori, fissati sul guardrail, ricoperti dal cellophane, era arrivato in modo simile. E ricordavo con altrettanta precisione che quella strada non aveva un accesso da nessun lato. Era impossibile fermarsi su quella curva, significava rischiare di morire investiti. Non c’erano marciapiedi: a destra la montagna coperta dal reticolato di ferro per proteggere alla bell’e meglio la strada da eventuali frane, a sinistra uno strapiombo sul lago, dove in primavera si vedevano spuntare le canne dall’acqua e nidiate di paperotti uscire per una nuotata. Quando ero bambina ci avevo pensato, non capivo come qualcuno potesse arrivare fino a lì.

Mi alzai di scatto dalla sedia dell’ufficio e corsi a guardare il calendario. Quell’anno il 14 dicembre cadeva di domenica, proprio come quel giorno. Dovevo tornare a casa quella settimana. Spostai i miei turni nonostante le proteste dei colleghi che sentivo borbottare alle mie spalle. Il giorno dopo mi ritrovai immersa nel paesaggio fiabesco che era stato il set della mia infanzia. Il lago semi alpino, le montagne innevate sullo sfondo, il vapore acqueo che restava sospeso sulla superfice di ogni cosa prima dello spuntare del sole. Non potevo negare il mio attaccamento a quel posto nonostante il dolore che rappresentava. Era un paese incantevole e speravo che lo sarebbe rimasto per sempre.

Mio padre mi aspettava all’unico binario della stazione, come aveva fatto per anni quando tornavo dall’università. Andammo a casa scambiando appena qualche parola. Mancavano due giorni all’anniversario della morte di Lucas e sapevo esattamente cosa avrei fatto. Lo avevo capito sul treno, guardando il vapore sollevarsi dalla superfice del lago come il velo di una sposa. E sapevo che Lucas mi stava aspettando.

 

Alle tre di pomeriggio mi preparai a uscire. Mi era sembrato di rivivere quel giorno a partire dal tempo umido, dal cielo plumbeo e da una sensazione di solletico nello stomaco. Avrei guidato su quella strada, avrei parcheggiato molto prima della curva davanti allo stabilimento balneare che d’inverno era chiuso. C’era un grande spiazzo che sarebbe stato deserto. Da lì sarei andata a piedi fino a quei fiori, finalmente li avrei toccati. Nessuno sarebbe passato di lì e quella era la mia unica occasione.

Salii in macchina e partii. Uscita dal paese non incontrai più nemmeno un’auto, ma non ne fui stupita. Era come se dentro di me una voce mi dicesse di stare tranquilla, perché saremmo stati solo io e lui. Il paesaggio sembrava sotto l’incantesimo di una strega d’inverno, e guidai chiedendomi se anche Lucas, in quel lontano dicembre, avesse visto lo stesso paesaggio percorrendo le curve che lo stavano portando alla morte. Arrivai al parcheggio: erano le 15.40. Spensi l’auto e indossai sciarpa e berretto. Il cuore iniziava ad accelerare i battiti, in corsa contro il lampo di razionalità che per un secondo mi aveva fatto quasi riaccendere l’auto e tornare indietro. In quel momento mi sentii stupida, era da pazzi pensare di rivedere una persona morta da più di dieci anni solo perché qualche settimana prima la sua foto era caduta e quel giorno l’anniversario della sua morte cadeva di domenica; tuttavia dovevo provarci. Guardai nello specchietto e non vidi nessuno sopraggiungere. Si sentiva solo lo scalpiccio delle onde del lago, ma ovattato, lontano.

Con uno scatto scesi dall’auto e iniziai a camminare verso la curva. Non si era mai saputa l’ora esatta in cui la macchina guidata da un gruppo di amici ubriachi avesse colpito e poi trascinato Lucas per duecento metri distruggendo la sua moto e facendolo balzare sull’altra corsia. Doveva essere stato intorno alle quattro di pomeriggio, ma era una ricostruzione approssimativa fatta dai ragazzi dell’ambulanza e dalla polizia giunta sul posto.

ogni passo sentivo lo stomaco farsi sempre più leggero, come sulle montagne russe. Camminavo sfiorando il guardrail con la coscia sinistra e guardando l’acqua scura del lago sotto di me. Non arrivò nessuna macchina, il silenzio era irreale quanto la situazione in cui mi trovavo. Raggiunsi i fiori, ma prima di toccarli guardai i canneti che spuntavano fuori dall’acqua: chi si premurava di portare quei fiori di certo non poteva arrivare via lago, ma solo dalla strada, che però, eccetto quel giorno, era molto trafficata. A quel pensiero seguì un odore dolciastro di fiori appena colti, che guidò la mia mano verso di loro. Toccai il cellophane e attraverso le goccioline al suo interno osservai il mix di gigli, orchidee e rose. Erano freschi e dai colori accesi e mi chiesi chi altro quel giorno potesse essere passato di lì per portarli. Spostai di poco il cellophane perché volevo toccarli, ma il rumore che giunse dalla strada fu improvviso e mi bloccai. Era il rombo di un motore, un motore che si stava avvicinando nella mia direzione. Istintivamente mi guardai intorno cercando riparo, pur sapendo che su quella curva non ne esisteva alcuno. Ma più il rombo si faceva vicino, più mi rendevo conto della familiarità di quel rumore.

Dalla curva spuntò una moto rossa, lanciata a grande velocità, piegata in maniera quasi parallela alla strada, nel modo che mi aveva sempre spaventato e affascinato. Il guidatore indossava una tuta nera e rossa di pelle, e con il ginocchio quasi sfiorava l’asfalto; non mi resi conto che nel guardarlo stavo trattenendo il respiro. Quando si rimise in posizione eretta, sospirai di sollievo. La moto si fermò davanti a me, e il guidatore mi porse un casco che teneva appoggiato al manubrio, senza dire una parola. Lo presi. Quella era la sua moto, nuova, rossa e fiammante: indossai il casco e salii, gli circondai la vita con le braccia e partimmo. La moto correva, ma non sentivo l’aria fischiare, entrammo nella galleria che ci inghiottì nell’oscurità. Lacrime calde mi rigavano le guance schiacciate dal casco, perché sapevo chi era il guidatore, pur non avendolo mai abbracciato quando era vivo. Lo strinsi più forte per fargli capire che lo ringraziavo di essere tornato per me, per farmi fare quel giro in moto che non avevo mai avuto il coraggio di chiedergli. Lo ringraziai nella mia mente perché in nessun altro modo avrebbe potuto sentirmi.

Non potrei definire la durata di quel giro, ma quando riaprii gli occhi la moto era ferma sulla curva, davanti al mazzo di fiori. Scesi dalla moto e tolsi il casco, porgendoglielo perché lo riappoggiasse sul manubrio della sua Aprilia. Chissà chi sarebbe stato il prossimo a indossarlo, mi chiesi. Lui sistemò il cavalletto, poi scese dalla moto e mi abbracciò.

«Spero il giro sia stato come lo immaginavi quando eri bambina. Grazie per avermi ricordato tutti questi anni».

Sentire la sua voce nella mente fu qualcosa di inaspettato. Se non mi avesse tenuta forte sarei caduta, perché le gambe mi cedettero in quell’istante. Lo strinsi ancora più forte, piangendo e singhiozzando e guardando le mie lacrime dissolversi al contatto con la sua tuta di pelle. Avrei voluto chiedergli un sacco di cose, avrei voluto che si togliesse il casco e mi guardasse negli occhi. Invece mi limitai ad abbracciarlo fino a che non fu lui a spingermi piano per farmi capire che doveva andare. Lo guardai montare in sella, dare gas e ripartire nella direzione opposta a quella da cui era arrivato; entrò nella galleria e scomparve. Lo guardai tra le lacrime e non mi accorsi della macchina che arrivò alle mie spalle.

«Forza ragazzi, o la perdiamo!» voce agitata.

«Respira ancora, cerchiamo di tenerla sveglia. Ehi, mi senti?» una voce più calma, mani che scuotono leggermente.

«Merda, sta chiudendo gli occhi! Un’altra di questi suonati che si fanno investire per andare a mettere dei fiori e cambio lavoro, giuro!» ancora la voce agitata.

Silenzio carico di rimprovero, poi di nuovo la voce agitata: «Be’, è vero, è una cosa stupida da fare» ma la voce non lo pensa veramente.

«Se la caverà, ma di’ a Marco di non spegnere le sirene, prima arriviamo in ospedale meglio è».

Credo che sorrisi o qualcosa del genere, perché le voci intorno a me diventarono sempre più tranquille. Rimasi in bilico tra l’incoscienza e uno stato che non saprei definire, per giorni, ma il mio cervello funzionava benissimo. Pensai a Lucas, ai fiori, cercando di trarre una conclusione a quello che ero sicura fosse successo.

Cinque giorni dopo aprii gli occhi. Mio padre era seduto di fianco al mio letto e dormiva, stanco per avermi vegliato tutto quel tempo. Avevo sete, così allungai la mano per raggiungere la bottiglietta d’acqua sul comodino. Ma i miei riflessi erano lenti e rovesciai tutto, spaventandolo e strappandolo al sonno.

«Jade, sei sveglia! È sveglia, è sveglia!» urlò correndo nel corridoio per chiamare dottori e infermiere.

Restai in osservazione per una settimana, perché anche se non mi ero rotta nulla (un miracolo dicevano) potevo aver subito un trauma cranico non ancora manifestato. La macchina mi aveva colpito frontalmente e avevo fatto un salto di metri prima di atterrare sull’altra corsia e battere la testa. Nessuno aveva visto nulla, e oltre ai segni di frenata non c’era traccia per risalire all’auto pirata. Venni interrogata dalla polizia, alla presenza dei due ragazzi in ambulanza che mi avevano prestato soccorso. “Voce agitata” e “voce calma” mi guardavano mentre rispondevo che non avevo visto nulla perché al momento dell’impatto stavo guardando in direzione della galleria.

Quando i poliziotti andarono via, ringraziai i due ragazzi per avermi tenuto sveglia e avermi salvato la vita. “Voce calma” mi strinse la mano e mi fece promettere che non avrei mai più rischiato la vita solo per mettere un mazzo di fiori sul guardrail, che capiva la disperazione perché vedeva tanti ragazzi morire sulla strada, ma che forse portare fiori al cimitero era meno pericoloso. Non avevo intenzione di raccontare a nessuno la verità, come sto facendo ora, e la versione che avevano ricostruito loro mi andava bene. Ma “voce agitata” sembrava intuire qualcosa. Non mi disse nulla davanti al suo collega, ma notai che aveva deliberatamente dimenticato un mazzo di chiavi per poter tornare da me. Cinque minuti dopo era di nuovo nella mia stanza.

«Ho dimenticato…» disse e si bloccò vedendo la mia mano sospesa che stringeva le chiavi.

«Grazie» disse prendendole e guardò a terra, poi in corridoio nervoso.

«Avanti, chiedimelo» gli dissi. Lui si mise ancora di più sulla difensiva e cercò di essere credibile mentre mi ripeteva che quello che avevo fatto era stupido e che c’era gente più meritevole di soccorso in città. Ma non gli era sfuggita la foto incorniciata sul mio comodino, quella dove Lucas sorrideva con il suo casco sotto il braccio in posizione da astronauta.

«Non so cosa sia successo a te, né a un sacco di altre persone che ho soccorso su quella curva. E sono state tante, ti assicuro. Alcune come te ce l’hanno fatta, altre no. Ma quei maledetti fiori erano sempre freschi ogni volta». Scrollò le spalle, come se si sentisse stupido a continuare e mi aspettai di vederlo uscire, invece aggiunse: «Spero ne sia valsa la pena e che tu ti rimetta presto». Io annuii e sorrisi di nuovo, e lui uscì.

Poche ore dopo ricevetti un’altra visita, inaspettata. Mia zia entrò dalla porta con passo insicuro, guardandosi intorno a disagio e cercandomi con gli occhi. Mi sentii in colpa ad avere la foto di Lucas sul comodino, come negli anni passati quando mi vergognavo di piangere per lui perché in fondo era mio cugino e pensavo di non averne diritto quanto i suoi genitori. Lei notò la foto e per un attimo vidi i suoi occhi illuminarsi. Venne verso di me, non la vedevo da più di dieci anni e fu strano. Era invecchiata molto più velocemente di mio padre e i capelli un tempo neri corvini erano ora grigi e raccolti in uno chignon. Le rughe, scavate dalle lacrime che aveva versato per suo figlio e forse anche per suo marito, solcavano il suo viso dagli occhi agli angoli della bocca.

«Zia, non era necessario che passassi, sto bene», dissi, mentre lei si sedeva al posto di mio padre.

«Era necessario invece. Tuo padre non ha detto nulla a nessuno ma ho letto la notizia sul giornale e volevo sapere da te cos’era successo». Aveva tra le mani un fazzoletto e continuava rigirarlo.

«Cosa diceva il giornale?» chiesi.

«Che sei stata investita da un’auto pirata mentre portavi dei fiori sulla curva». Lo disse in modo atono, poi aggiunse: «Ma io so che non è così. Lo so perché nessuno va a portare dei fiori su quella strada senza sapere a cosa va incontro, e nessuno lo fa dopo dieci anni dalla morte della persona per cui intende portarli. Quindi voglio sapere cosa è successo».

Mia zia era sempre stata forte e decisa, e in quel momento sembrava la donna di un tempo. Voleva sapere la mia versione, e l’avrebbe ottenuta. Io però non ero sicura di quello che era successo e, se lo ero, non volevo condividerlo. Un po’ per egoismo, un po’ perché era suo figlio. Aveva imparato a vivere senza di lui e non volevo ributtarla giù. E poi chi mi diceva che non mi fossi sognata tutto? Non ero sicura di voler dare una falsa speranza a una donna distrutta.

«Jade, lo hai visto?» la sua domanda mi colse alla sprovvista e spalancai la bocca. I suoi occhi, scuri e fieri come quelli di mio padre, mi stavano scavando nella mente cercando solo la verità.

Aprì la borsa e tirò fuori un oggetto che appoggiò sul tavolino, di fianco alla foto di suo figlio. Era un orologio con il quadrante crepato nel mezzo, ma le lancette continuavano a ticchettare. Scoppiai a piangere e mi coprii il viso, annuendo. Lei mi abbassò le mani costringendomi a guardarla, e continuò: «Questo orologio ha sempre continuato a funzionare da quel giorno, non si è mai fermato e in dieci anni non ho mai cambiato le pile. Passo le mie giornate a guardare le lancette, contando le ore che vivo senza mio figlio. Una settimana fa per la prima volta le lancette si sono fermate alle 16.07. Poi passati dieci minuti si sono spostate da sole sull’ora giusta. Qualsiasi cosa mi racconterai, io ti crederò. Perché non ho niente altro a cui credere».

Mi soffiai il naso e asciugai le lacrime, poi le raccontai tutto. Lei ascoltò, annuendo di tanto in tanto. Stringeva l’orologio del figlio, le cui lancette segnavano l’ora precisa da più di dieci anni. Quando ebbi finito il mio racconto, la guardai negli occhi, aspettando che mi dicesse qualcosa. Lei si alzò in piedi e appoggiò l’orologio sul mio tavolino, senza esitazione.

«Questo lo terrai tu, da oggi in poi è tuo, Jade. Grazie per avermi raccontato tutto». Non riuscii a rispondere nulla, la guardai uscire da quella stanza e la sua figura di spalle è l’ultimo ricordo che ho di lei.

Presi subito l’orologio in mano, come non avessi aspettato altro per anni. Toccai la crepa sul quadrante e osservai la lancetta dei secondi che ticchettava.

 

Passarono cinque anni, senza che nessuna notizia strana arrivasse a me tramite mio padre, e tornò dicembre. Il giorno della morte di mio cugino cadeva di nuovo di domenica, e alle 16.07 le lancette si fermarono. Rimasi immobile a fissare il quadrante, ma non succedeva niente e nel giro di pochi secondi fui presa dal panico. Un misto di senso di colpa, angoscia e impotenza mi avviluppò come una ragnatela e iniziai a muovermi in maniera convulsa. Sapevo che stava succedendo qualcosa, e che non avrei mai dovuto raccontare a mia zia quella storia, perché se lei avesse trovato il coraggio di andare su quella curva non sarebbe salita con suo figlio per un semplice giro, non lo avrebbe mai più lasciato. E sarebbe stata solo colpa mia.

Uscii di casa senza rendermi conto di dove volessi andare, ma le mie gambe puntavano l’orologiaio in centro, l’unico aperto quel giorno. Non sapevo nemmeno cosa avrei fatto, ma erano già passati sei minuti e dovevo sbrigarmi a far scorrere di nuovo quelle lancette. Arrivai senza fiato davanti alla porta e mentre spingevo la maniglia un profumo intenso e dolciastro di fiori mi avvolse. Arrivava da lontano, ma era reale come se fossi entrata in una serra invece che in un’oreficeria.

La mia espressione di panico incontrò il sorriso da “benvenuto nel mio negozio” dell’orefice: «Buongiorno, signori…» disse, e la frase rimase sospesa: «Signorina, si sente bene?».

Lo ignorai passando in rassegna con lo sguardo tutti gli orologi presenti in quel negozio, da quelli a cucù restaurati ai più moderni minimalisti. Tutti segnavano le 16.30, mentre il mio era ancora fermo alle 16.07. Questo voleva dire una sola cosa. Uscii dal negozio, lasciando perplesso. Una volta fuori camminai fino al molo, e mi sedetti a guardare il mare. Sapevo che era colpa mia, avevo mandato io mia zia lì e sebbene non le parlassi da anni, piansi per lei.

Quella sera, intorno alle undici, la chiamata di mio padre arrivò per annunciare un incidente e la morte di sua sorella. Mia zia era stata investita sulla curva dove cinque anni prima anche io ero stata colpita e mi ero salvata. Non c’era sospetto nel tono di mio padre, solo tristezza. Gli dissi che avrei preso il primo treno per tornare a casa. In realtà ero già in stazione da quel pomeriggio e aspettavo solo di sapere su quale treno salire. Fu l’ultima volta che tornai a casa.

 

Ancora oggi quando penso a quei fiori non so darmi una spiegazione certa. Ho pensato che scriverne fosse l’unico modo per trovare un senso, ma forse mi sono sbagliata. Nell’ultimo viaggio in treno fino a casa ebbi modo di ritornare con la mente al giorno in cui ero andata su quella curva decisa a rivedere Lucas e ci ero riuscita. Negli anni ho accumulato ritagli di giornale riguardanti gli incidenti avvenuti su quella strada, e sono così tanti che non posso fingere di non notarli. Forse quei fiori sono sempre gli stessi dal primo incidente avvenuto su quella maledetta curva, chissà. Non ho bisogno di aprire quella scatola blu ora, così l’ho ritirata nell’ultimo cassetto in basso a destra.

Ma ricordo la sera dopo il funerale di mia zia, quando l’aprii per l’ultima volta e guardai l’orologio con il quadrante crepato. Nessun orologiaio aveva trovato anomalie, nessuno aprendolo era riuscito a ripararlo: aveva semplicemente smesso di funzionare. Le lancette segnavano le 16.07 e così sarebbe stato per sempre.



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