Dream Hotel

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Andrea Fantini, Torino

 

«Benvenuto» disse l’uomo con gli occhiali di tartaruga che lo fissava da dietro il bancone.

Come fosse arrivato lì, Michele Giani non avrebbe saputo dirlo. In risposta, azzardò un sorriso incerto, mentre cercava di richiamare alla mente i dettagli del viaggio.

Aveva trascinato il trolley dalla porta di casa al bagagliaio del taxi, poi dall’ingresso dell’aeroporto al banco del check-in. Aveva dimenticato la cintura ai controlli e, tornando indietro per cercarla, aveva quasi perso l’aero. Durante lo scalo a Fiumicino aveva trangugiato tre snack al cioccolato, dei quali lo stomaco continuava a restituirgli il sapore dolciastro. Quando era atterrato ad Alghero faceva già buio. Aveva affittato una macchina e seguito i cartelli sotto quello che doveva essere il peggior temporale della stagione…

Ma cos’era successo dopo?

Un colpo di sonno, sì. Stava guidando ed era quasi finito fuori strada. Aveva capito di essere troppo stanco per continuare. Così, aveva preso la prima uscita, sperando di trovare un paese che avesse un albergo, una pensione o un affittacamere ancora aperto a quell’ora.

E poi?

Ricordava una lunga serie di tornanti.

Il cartello diceva Dream Hotel, due stelle. L’aveva seguito, fino a quella piccola costruzione di due piani, proprio in cima a una collina.

Ed eccolo lì. La hall, attorno a lui, era debolmente illuminata dal bagliore di una grossa stufa.

«Temo sia un po’ tardi…» si giustificò. «Mi sono perso».

L’uomo dietro il bancone sorrise: «Non si preoccupi. Succede spesso da queste parti».

Lo vide frugare in un cassetto, da cui estrasse un registro foderato in pelle.

«Lei è il titolare, immagino…» disse Michele.

«Io?» rispose lui, come se l’idea gli sembrasse assurda. «Sono solo il portiere di notte».

Poi aggiunse: «Abbiamo una stanza per lei. Si accomodi pure, mentre la preparo».

A giudicare dal tono, non si trattava di un consiglio, e Michele non fece obiezioni. Sperava solo che la stanza fosse più calda di quella in cui si trovava ora, perché aveva i brividi in tutto il corpo. In effetti, era fradicio di pioggia.

Mentre si dirigeva verso una poltrona, la più vicina alla stufa, Michele si soffermò sui trofei di caccia e sulle stampe che decoravano le pareti.

A papà sarebbe piaciuto, qui…

Quel pensiero gli procurò uno scatto involontario. In tanti anni di vita frenetica aveva imparato a riconoscere quella sensazione: il sospetto di aver dimenticato qualcosa di importante.

Perché aveva pensato a lui? Suo padre era stato cacciatore, certo, ma non poteva essere solo quello il motivo. Non gli capitava spesso di pensare ai suoi genitori.

E d’un tratto, ricordò.

È il ventuno di febbraio. Come ho fatto a dimenticarmene?

Rimase assorto per qualche minuto, fino a quando non vide il portiere che tornava, con in mano due fumanti tazze di tè. Gliene porse una e si sedette sulla poltrona davanti alla sua.

«Mi faccia indovinare. Lei è avvocato, vero?» gli domandò.

Michele annuì, mentre beveva il primo sorso. Doveva averlo indovinato dalla borsa di pelle, logora e sformata, che giaceva ai suoi piedi. La portava sempre con sé.

«Esatto. Non il vostro cliente abituale, direi» commentò, indicando le pareti.

«Oh, da noi passano in tanti…» rispose il portiere, prima di bere anche lui un sorso.

«In effetti ‒ continuò Michele ‒ mi trovo qui per caso. Devo presenziare a un’udienza, domani, a Macomer. Avevo prenotato un hotel lì, ma il temporale…».

Il portiere annuì.

Per un attimo, Michele si trovò a fantasticare che quell’albergo fosse stato costruito proprio per accogliere i viaggiatori che si perdevano sulla strada per Macomer. Che idea assurda.

Tornò ad osservare l’uomo di fronte a lui e lo sguardo gli cadde sullo strano orologio che aveva al polso. Era voluminoso, con un quadrante d’oro massiccio che, curiosamente, sembrava non avere lancette.

Michele azzardò una domanda.

«Avete molti ospiti in questo periodo?».

«Qualcuno» rispose lui. «La maggior parte si ferma per una sola notte, poi prosegue per altre destinazioni».

Come me, insomma.

Seguì un attimo di silenzio.

«Lei ha sempre voluto fare l’avvocato?».

Michele rimase interdetto. Era una domanda piuttosto personale.

«Non direi, no. Da ragazzo la mia passione era il cinema…».

«Attore?».

«Regista. Ma mio padre mi voleva avvocato. Era cancelliere di tribunale».

Il portiere sorrise.

«Sarò orgoglioso di lei».

Michele abbassò leggermente il capo, prima di rispondere.

«Purtroppo non ha fatto neanche in tempo a vedermi laureato».

L’uomo non sembrava per nulla colpito. Continuava, in silenzio, a bere dalla sua tazza.

«E non ha mai pensato di cambiare strada? Dopo la sua morte, intendo. Doveva essere ancora molto giovane».

«Più volte ‒ rispose Michele ‒ ma non me la sono sentita. Sarebbe stato, in qualche modo, un tradimento. E non potevo permettermi di rischiare. Ero solo. A venticinque anni mi sono sposato. Non me la sono sentita di lasciare l’Università per vivere di illusioni».

Michele non l’avrebbe mai raccontato a uno sconosciuto, e tantomeno a quel bizzarro portiere, ma una volta era stato sul punto di affrontare suo padre. Aveva pianificato tutto fin nei minimi dettagli. Sarebbe partito per Roma, avrebbe realizzato il suo sogno. O almeno ci avrebbe provato.

Era stato un pomeriggio di vent’anni prima…

Sì, proprio oggi sono vent’anni. Quel viaggio infernale gli aveva quasi fatto dimenticare la ricorrenza.

 

Un pomeriggio di vent’anni prima era andato da suo padre per comunicargli la sua decisione. Aveva pensato a tutto, o così almeno credeva. Ma lui era riuscito a spiazzarlo con la più straordinaria delle notizie e Michele, dopo averla ascoltata, non aveva avuto il coraggio di parlare.

Dopo quella volta, non c’erano state altre occasioni per provarci. I suoi genitori erano morti in un incidente stradale la mattina successiva.

Michele si scosse: il portiere si era alzato in piedi.

«Le prendo la chiave».

Anche Michele si alzò, ancora turbato dal ricordo, e lo seguì verso il bancone. Notò che apriva il registro su una pagina bianca.

«Se vuole, prima di partire può lasciare la sua firma. È una nostra vecchia tradizione».

Il portiere prese una vecchia chiave di ferro e gliela porse.

«Ecco la sua chiave. È la numero 106».

Michele ringraziò, un po’ perplesso, mentre il portiere gli faceva strada.

«Mi ha fatto piacere conoscerla» disse, salutandolo.

Michele iniziò a salire la scala.

Sulla parete accanto a lui, altre stampe mostravano scene di caccia. La valigia, nella sua mano sinistra, gli sembrò improvvisamente pesante e sentì il bisogno di aggrapparsi al corrimano.

C’era qualcosa di familiare in quel luogo. I gradini di legno, che scricchiolavano sotto i suoi piedi. Quelle immagini alle pareti… era come rivivere qualcosa che era già accaduto.

Quello stesso giorno, vent’anni prima, era stato nella casa di campagna dei suoi nonni paterni. Stava salendo una scala come quella, decorata con immagini di caccia proprio da suo padre, che in quel momento stava riposando in camera da letto. Sentiva la voce di sua madre che cantava in cucina: quel pomeriggio, tutti sembravano allegri. Tutti tranne lui. Doveva dire ai suoi genitori che sarebbe partito per inseguire il suo sogno.

Michele arrivò sul pianerottolo. La porta con il numero 106 era la prima a destra. Inserì la chiave e la aprì.

La stanza era immersa nella luce del pomeriggio. Un uomo sulla cinquantina, che gli somigliava, era seduto sul bordo del letto e sfogliava un vecchio album di fotografie.

«Papà…».

Lasciò cadere la valigia, ma suo padre non sembrò accorgersi del rumore. Lo guardò e gli sorrise, invece, proprio come aveva fatto quel giorno.

«Michelino! Sei pensieroso, oggi. Che cosa ti succede?».

«Niente, papà, ho solo bisogno di parlarti…».

Perché stava ripetendo quelle parole? Suo padre non poteva essere lì. Lui non aveva più vent’anni e quello strano albergo non era la loro vecchia casa di campagna.

«Davvero?» rispose suo padre. «Anche noi abbiamo una notizia da darti. Io e la mamma».

Michele si appoggiò alla parete.

Quella notizia, naturalmente.

«Non potevamo crederci, ma stamattina ha telefonato il dottore e adesso ne siamo sicuri. Tua madre è incinta. Avrai presto un fratellino».

Si era sentito mancare, allora, ma questa volta non fu sorpreso. Trovò la forza di replicare.

«Lo so, papà. E sono molto felice, davvero».

«Lo sapevi? La mamma te l’ha già detto?».

Suo padre sembrava stupito.

«No, papà. Lo so e basta. E so anche che domani mattina partirete presto, con la tua macchina. La porterai al mare».

Michele fece un lungo sospiro. «Anche io sono in partenza, sai?».

«In partenza?» chiese suo padre.

«Vado a Roma, da Marco. Ti ricordi di lui? Adesso lavora lì, vuole diventare regista. Andrò a stare da lui».

Michele vide il volto di suo padre cambiare lentamente espressione: aveva capito. Ma non sembrava arrabbiato, o deluso. Era come se anche lui si aspettasse quella notizia.

«Se è questo che desideri, Michele, è giusto che tu vada».

«Davvero, papà?» gli chiese, sedendosi sul bordo del letto.

Gli occhi di suo padre erano lucidi, ma non sembrava addolorato.

«Sei grande ormai, Michelino. Non dovrei più chiamarti così, in effetti. Io e tua madre staremo bene. Non sarà facile, alla nostra età, con un neonato. Ma l’abbiamo aspettato per così tanti anni… non possiamo che essere felici. Ce la faremo. E ce la farai anche tu, ne sono sicuro».

 

Quando Michele scese nella hall, il portiere di notte era sparito. Avrebbe potuto suonare il campanello, ma qualcosa gli diceva che non l’avrebbe mai più rivisto.

Mentre posava la chiave, notò il registro ancora aperto su una pagina bianca. Afferrò la penna e scrisse il suo nome: Michelino.

Sorrise, mentre chiudeva dietro di sé la porta, e ancora, risalendo in macchina. Mentre affrontava di nuovo i tornanti, cercò più volte, nello specchietto retrovisore, la sommità della collina da cui era partito. Riuscì a scorgerla solo alla fine, poco prima di reimmettersi nella strada principale. Vuota.

per L.G.



Leave a reply