Quadrifonia

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Elisa Bertoletti, San Giovanni Lupatoto (VR)

 

1.

Ecco, ho dimenticato a casa le sigarette. Freno bruscamente davanti al bar di Lorenzo e con uno spettacolare testa-coda parcheggio di fianco ai cassonetti. Scendo ed entro, impigliandomi nella fastidiosa tendina di treccioline di canapa che tiene lontane le mosche nella calura estiva.

«Prima o poi questa tenda te la brucio» urlo a Lorenzo, che sta svuotando la lavastoviglie e nemmeno mi risponde. Affondo le mani nella ciotola delle noccioline e mi riempio la bocca più che posso, sono quasi le sette e ho già un certo languorino. Alcune noccioline cadono a terra e le spingo di nascosto, con qualche calcio strusciato, vicino alle macchinette del videopocker.

«Dammi un pacchetto di Diana Blu» farfuglio con la bocca piena «e preparami una birra media». Parliamo un po’ di calcio, di cinema, della nuova canzone che ho scritto e che stiamo provando nel suo garage. Bevo la birra e mi asciugo la bocca sul braccio nudo. Il bar è quasi deserto, un po’ buio, silenzioso, se non fosse per le note di Radio DJ. Mi dirigo verso il bagno urlando «vado a pisciare», tiro la maniglia della porta e mi ritrovo davanti lei. Bellissima. Il tempo si ferma e rimango paralizzato, con la bocca aperta e una vaga espressione ebete, a fissarla: mora, capelli lunghi e lisci, occhi azzurri valorizzati dal mascara, due tette magnifiche e un culo da arresto cardiaco. Ha un vestitino estivo corto a fiori, che la impacchetta stretta stretta, quasi fosse il più desiderabile regalo sotto l’albero se le letterine natalizie si inviassero a YouPorn. I nostri sguardi si incrociano e mi sorride. Poi torna al tavolo dalla sua amica che noto solo adesso. Sicuramente ora parlano di me. Ridacchiano. Le avrà detto che sono carino. Mi rimiro nello specchio dietro al bancone: sono un po’ spettinato ma niente male dai, mi sistemo i capelli con le mani.

«Lorenzo chi sono quelle due? Mai viste qui». Lorenzo, sempre indaffarato e indifferente al gentil sesso, risponde:

«Non so, sono entrate un quarto d’ora fa, hanno preso due Spritz e un pacchetto di Malboro Light e si sono messe a chiacchierare tra loro».

«Quella mora è da copertina».

«Sì, è carina, a me comunque sembrano due fighette che se la tirano, staranno andando in centro a fare aperitivo e si sono fermate, come te, a comprare le sigarette».

«Voglio conoscerla».

«Scommetto che ti manda a quel paese. Non c’entri nulla con lei. Ma ti sei visto? Hai i pantaloncini sporchi, la maglietta dei Simpson e sei in infradito».

«E cosa importa? Mica sto andando in centro!» mi giustifico col mio amico e, come attratto da una calamita acchiappa ormoni, torno a fissarla.

Seduta di fianco, protesa verso la sua amica, si scosta i capelli dal viso a intervalli regolari. I suoi piedi, malcelati dai sandali col tacco, giocano con le gambe della sedia in un erotico “piedino” immaginario. E le caviglie… ammirare la perfezione di quelle caviglie mi dà i brividi. Ho deciso, adesso vado a presentarmi, in fondo sono un tipo interessante: suono, scrivo canzoni, leggo, adoro il cinema, ho un lavoro decente, sono simpatico. Anche lei ogni tanto mi guarda, forse le piaccio davvero.

«Lorenzo, fai altri due Spritz che vado a provarci». Mi avvicino alle ragazze e appoggio i bicchieri sul tavolino. Trascino una sedia vicino alla mora visione e mi accomodo.

«Piacere, Stefano. Siete bellissime. Posso offrirvi da bere?».

«Lo hai già fatto» risponde la dea corvina ridendo. «Io sono Giulia e lei è Martina».

Faccio il brillante per dieci minuti e sparo un sacco di cazzate per farle divertire. Giulia sembra interessata a quello che dico e si avvicina sempre di più. Sento il suo profumo, sbircio nella scollatura e, a tratti, perdo il filo del discorso e balbetto e sento caldo. Lei ha di sicuro capito che mi piace.

Proprio sul più bello si ferma una Mini rossa davanti al bar con le quattro frecce accese e suona il clacson.

«È Lucia, una nostra amica, dobbiamo andare». Giulia si alza e va verso l’uscita.

«Di già? E dove?» mi sento chiedere deluso.

«A una festa privata organizzata da un amico. Grazie per l’aperitivo».

«Mi lasci il tuo numero?» azzardo. O la va o la spacca. Sulle prime sembra titubante, guarda il telefonino, rialza la testa poi prende un tovagliolo di carta dal dispenser sul bancone e ci scribacchia un numero di telefono. Fuori, la sua amica dalla macchina suona di nuovo, stronza impaziente. Giulia mi porge il foglietto e corre fuori.

Saltello in tondo per tutto il bar, poi corro ad abbracciare Lorenzo.

«Ho il suo numero, il mio fascino ha colpito ancora! E tu puoi confermare a tutti gli altri del gruppo che Giulia è una figa colossale».

«Mah, la vita è strana. Pensavo prendessi un clamoroso due di picche». Anche Lorenzo è incredulo.

«Domani la chiamo. Le chiedo un appuntamento. La porto a cena in un posticino romantico. Chissà, forse tra poco avrò qualcosa di dolce e piccante da raccontarti. Adesso vado da Fede a vedere la partita, sono in ritardo pauroso».

Saluto Lorenzo e corro fuori dal bar euforico, stringendo tra le mani un tovagliolo quasi fosse una copia autografata da Jim Morrison del vinile di The Doors.

2.

Sono sotto casa di Martina e mi accorgo di aver finito le sigarette. Eccola che scende. Lucia come al solito è in ritardo.

«Dobbiamo cercare un tabacchino».

«C’è un bar in fondo alla strada che vende sigarette, mando un messaggio a Lucia che la aspettiamo là». 

Detto questo si avvia scrivendo sul telefonino. Odio camminare sui tacchi e odio sudare prima di andare a un appuntamento.

Voglio essere perfetta, ci ho messo mesi a farmi notare da Riccardo e stasera mi ha invitato a una festa nella sua mega villa con piscina. Se Lucia ritarda troppo la strangolo.

Ecco lo sfigatissimo bar. Entriamo spostando una lurida tenda a fili. Il locale è deserto, c’è solo il barista che pulisce il bancone.

«Ciao, ci fai due Mojito e mi passi un pacchetto di Malboro Light?».

Il ragazzo alza la testa e ci squadra da capo a piedi, poi risponde: «Non ho la menta».

E ti pareva. Comincio a scocciarmi seriamente.

«Allora portaci due Spritz, sempre se hai l’Aperol».

«Sì, l’Aperol ce l’ho. Desidera altro principessa?». La sua risatina mi fa imbestialire. Non lo degno di una risposta e trascino Martina nel tavolo più lontano dal bancone. Lucia non si vede ancora e il mio umore è più nero del nero. Stasera devo riuscire a rimanere sola con Riccardo. Oddio, il trucco… Prendo la borsetta e corro verso il bagno per controllare se mi è colato il mascara per il caldo. Manco a dirlo, il bagno è uno schifo e non ci sono nemmeno le salviette per asciugarsi le mani. Mi rimiro nello specchio e ritocco occhi e bocca. Può andare, i capelli sono ancora perfettamente lisci nonostante l’umidità. Giro la chiave, afferro la maniglia per uscire e la porta si apre da sola, tirata dall’esterno. Mi trovo davanti il re dei cialtroni. Ha gli shorts chiazzati di macchie rossastre, forse salsa, la maglietta di quegli orrendi cartoni animati gialli e le infradito. Abiterà sopra il bar, magari a volte scende pure in accappatoio. Mi sta rimirando con la bocca aperta quasi fossi la prima donna che vede nella sua vita. Forse è così. Sorrido per l’imbarazzo e torno al tavolo da Martina.

«Hai visto quello? Allucinante».

«Sì, mentre eri in bagno l’ho visto entrare nel bar imprecando contro la tendina; si è strafogato di noccioline e gliene sono cadute metà». Ridacchia. «È buffo, mi fa simpatia…» mormora Martina, sempre preoccupata di contraddirmi: ha la personalità di un’ameba.

«Ma dai! Sembra un barbone che si pettina con le bombe a mano». Per conferma mi volto leggermente a osservarlo e scoppio a ridere, il soggetto del nostro discorso si sta ravviando i capelli con le mani guardandosi nello specchio dietro il bancone, fatica sprecata. Finita la toelettatura si rimette a borbottare sottovoce con il barista e ogni due minuti mi guarda, dai piedi alla testa, senza discrezione. Mi sento passata ai raggi X, non riesco a non incrociare il suo sguardo. Oh no… Si sta avvicinando con due bicchieri in mano e un sorriso da Casanova di periferia. Pazienza, almeno berremo gratis altri due merdosi Spritz prima della festa di Riccardo, tanto guida Lucia.

Mr. Trasandato ci saluta e si presenta, Stefano, quindi strascica la sedia sul pavimento e mi si piazza difronte ignorando Martina. Si vede che è nervoso, parla troppo e a vanvera. Sono divertita nel vedere l’effetto che gli provoco. Mi avvicino mettendogli sotto il naso il panorama che si gode dalla mia scollatura. Inizia a balbettare e a sudare, arrossisce pure.

Per fortuna dalla vetrata vedo arrivare la macchina di Lucia, mi alzo in fretta e lo saluto. Mi chiede dove vado, “lontano da te sfigato” penso esasperata, ma educatamente rispondo che mi aspettano a una festa.

Corro verso la porta, lui mi chiede urlando il numero di telefono. Adesso lo mando al diavolo. Poi guardo L’ameba Martina e mi viene un’idea cattiva. Cerco il suo contatto sul cellulare quindi scrivo le cifre su un tovagliolino e lo porgo a Stefano che lo guarda come se fosse la Sacra Sindone. Che se la cavi Martina con questo caso umano, ha pure osato dire che è simpatico.

Una volta uscite, mi volto un secondo e lo vedo che saltella felice, crede di avere una possibilità. Povero illuso, spero non si vanti troppo della conquista altrimenti farà una gran figura di merda. Salgo in macchina e inveisco contro Lucia.

«Lucia muoviti, vola. Siamo in ritardo. Un giorno o l’altro ti ammazzo».

3.

Oggi zero voglia. E ho il turno al bar fino a mezzanotte. Speriamo entri poca gente. Come non detto, e queste chi sono? Stanno facendo le selezioni per Veline qui nel quartiere? Hanno la spavalda sicurezza di chi sa di piacere, anzi no, solo una delle due, l’altra è al traino. La mora, con tono da “tutto il mondo ai miei piedi” mi ordina due Mojito. Certo, adesso corro in serra a raccogliere le foglie di menta, passo a comprare una bottiglietta di angostura, un sacchetto di lime e la smania di accontentarla. Senza scompormi le rispondo che mi manca la menta, lei imbroncia il faccino e ripiega su due Spritz, senza perdere l’occasione di punzecchiarmi con una battuta ironica e sprezzante. Il suo irresistibile fascino con me non attacca, non più: ho perso la testa. Ho in mente solo Elena, la sorella di Stefano. Ieri notte è rimasta a casa mia. Se Stefano lo sa mi uccide, poi mi resuscita e mi uccide di nuovo. La sorellina non si tocca.

Da fuori una voce familiare mi ridesta dai miei sogni: sta imprecando scherzosamente contro la fantastica tendina New-Age, comprata su eBay, che ora adorna la porta del bar. È Stefano, sarà passato a prendere le sigarette, speriamo non mi chieda dov’ero ieri sera. Come al solito si ingozza di noccioline, sporca ovunque e spara cazzate. Io faccio finta di svuotare la lavastoviglie per evitare il suo sguardo. È il mio migliore amico, siamo cresciuti insieme, suoniamo insieme e adesso lo sto tradendo. Forse dovrei trovare il coraggio di confidarmi. Lui parla un po’ delle nostre menate, io, sulle spine, rispondo a monosillabi.

Poi, dopo aver annunciato a gran voce la sua intenzione di orinare, Stefano si dirige verso il bagno e mi concede un attimo di tregua dal senso di colpa. Speriamo vada via presto, Elena ha detto che passerà a trovarmi.

Nel frattempo, dopo un’infinita sessione di restauro trucco, la mora mozzafiato esce dalla toilette, si incrociano e si fissano per qualche istante in cui lui sembra ritardato e lei schifata. Dopo aver pisciato, il mio amico torna trasognato verso il bancone e inizia a tessermi le lodi della divina, emersa come una Venere dal cesso. Non ne posso più. Riesco solo a pensare “Vattene… Vattene… Vattene…”. Oggi sembra proprio che debbano fermarsi tutti qui per le sigarette. Maledetta nicotina.

Stefano intanto delira impazzito, è convinto di piacerle. Lei sembra la figlia snob della Bellucci e lui il fratello minore di Lebowsky. Mi chiede di preparare altri due Spritz da offrire alle ragazze. Sorrido tra me, la superstar ne sarà felice, adora lo Spritz.

Rassegnato a subire questo teatrino, osservo da lontano la scena: l’avrei dato perdente dieci a uno, invece adesso è seduto al tavolo con loro che sbava fili di saliva sulle tette della sua musa.

Sento un suono di clacson, mi giro verso la vetrata e vedo ferma davanti al bar una Mini rossa. Le tipe si alzano e quella meno carina viene da me a pagare per tutte e due. Stefano si lancia, chiede all’altra il numero di telefono. Lo sguardo di lei è sbigottito, incredulo, sembra stia scegliendo con cura le parole più offensive per mandarlo al diavolo. E invece… Colpo di scena! Miss Perfezione prende un tovagliolino, ci scarabocchia sopra il numero di cellulare e lo porge sorridendo al mio amico, che lo afferra trasognato tra le dita quasi fosse un biglietto da cinquecento euro, poi esce sculettando.

Stefano urla, salta e mi abbraccia. Sono il testimone del suo successo. Adesso si vanterà dell’accaduto con tutta la compagnia e io dovrò confermare. Mi rimane il vago sospetto che su quel tovagliolo ci sia il contatto della nonna sorda della ragazza, una dolce nonnina che farà un’enorme fatica a pigiare il tasto verde del telefonino per rispondere al qui presente latin lover.

Finalmente lascia il bar anche Stefano, va a vedere la partita da Fede. Prendo il cellulare e invio un messaggio a Elena. Ho una voglia matta di vederla, tutto il resto ha perso colore.

4.

Ecco il campanello. È senza dubbio Giulia. Prendo la borsa al volo e scendo di corsa le scale per evitare gli insulti dell’arpia. Non so perché mi ostino a uscire con lei, mi sovrasta, mi umilia, mi annienta. O forse lo so, ho paura di restare sola. Appena mi vede neanche mi saluta, dice solo che deve comprare le sigarette.

La porto al bar in fondo alla strada. Scosta la tendina ed entra nel locale accompagnata dalla sua solita espressione di disgusto. Chiede le Malboro Light e due Mojito. Il ragazzo al bar le risponde beffardo che non ha la menta. E forse nemmeno il desiderio innato di servirla… È incredibile, sembra immune al fascino di Giulia, di solito tutti gli uomini le danzano intorno adulandola per accaparrarsi le sue attenzioni. E io vengo puntualmente ignorata. Uscire con tale femminea bellezza è come pitturarsi di nero, appoggiarsi a una lavagna e sperare di essere notati.

Alla fine, dopo qualche minuto passato a battibeccare, la mia amica ripiega su due Spritz e si dirige offesa verso il tavolino più lontano dal bancone e quindi dal barista, che è già entrato nella top ten dei miei miti. Secondo me è innamorato. Guarda spesso il telefono, poi si incanta a fissare un punto fuori dalla vetrata, verso la strada, perso in un sogno a occhi aperti o in una carezza ancora formicolante, che brucia i sensi. Quando ti innamori passi il tempo lontano da lei, o da lui, a creare nella mente un loop di frammenti di ricordi speciali, come suoni ripetuti in un ipnotico e psichedelico delirio. Ecco, divago sempre, forse sono un po’ invidiosa, vorrei prendermi una cotta anch’io.

Intanto Giulia è corsa in bagno a rifarsi il trucco. Stasera calerà su Riccardo, la sua nuova mira, come un falco sulla preda.

Mentre immagino rassegnata la noiosa serata che mi aspetta, dalla porta del locale entra un ragazzo molto carino. Litiga con la tendina e urla al barista la sua intenzione di bruciarla, poi chiede un pacchetto di Diana Blu, si ingozza di noccioline e ordina una birra a bocca piena.

Rimango imbambolata a osservarlo e sorrido. È buffo, nasconde le noccioline che gli sono cadute col piede credendo di non essere visto. Ha i pantaloncini corti, le Havaianas e una maglietta stinta di Bart Simpson sullo skateboard. Sembra si sia appena alzato dal letto, è tutto spettinato e ha un’aria assonnata che lo rende dolce.

Vorrei tanto uscire con un ragazzo così anziché con gli amici di Giulia, mi fa tenerezza, mi sembra vero. Mentre lo seguo con lo sguardo si dirige verso il bagno e si trova a faccia a faccia con Giulia che sta uscendo: lui rimane folgorato da lei, lei rimane inorridita da lui. La mia amica torna al tavolo e subito lo critica pesantemente, provo a ribattere ma non riesco mai a contraddirla, mi fa paura. Lui nel frattempo sembra essere stato colpito dalla freccia di Cupido, non le stacca gli occhi di dosso. Si pettina perfino, guardandosi nello specchio dietro il bancone, per risultare più carino. Vorrei tanto lo facesse per me.

Giulia è consapevole di essere stata notata e non perde occasione di sottolinearlo con finto e irritato distacco, anche se, sotto sotto, gode quando le puntano addosso i riflettori. Eh sì, a tutti piace piacere.

Il ragazzo spettinato intanto ha preso coraggio e viene verso di noi con due bicchieri in mano, li appoggia sul tavolo, prende una sedia e si avvicina alla sua bellissima mira.

Per educazione si presenta, Stefano, e ci saluta entrambe, poi mi ignora e conversa solo con Giulia. È nervoso, agitato, in imbarazzo, cerca disperatamente di risultare interessante e farfuglia un misto di parole buttate a caso come pezzi di un puzzle ancora da ricomporre. Lei lo osserva annoiata poi ci gioca e lo provoca, mettendogli sotto il naso le sue meravigliose tette. Lui arrossisce e suda, io abbasso lo sguardo sul mio petto piatto e penso a quanto è ingiusta la distribuzione delle curve nel mondo.

Finalmente arriva Lucia, si ferma davanti al bar e suona il clacson per chiamarci. Ci alziamo e, come succede sempre, pago per tutte e due. Stefano intanto trova l’ardire di chiedere il numero a Giulia. Lei fa una faccia da “ma quanto è scemo questo?” e non risponde subito, forse pensa a come umiliarlo. Guarda il cellulare poi prende un tovagliolino e ci scrive sopra. Lo porge al coraggioso ragazzo nello stupore generale, mio e del barista che, come me, sgrana gli occhi basito. Stefano lo prende e lo rimira attonito, quasi fosse il visto per entrare in paradiso.

Salutiamo, usciamo e ci accomodiamo nella Mini di Lucia. Giulia la minaccia di morte per il ritardo e le ordina di volare alla festa del secolo. Yuppie, tra poco mi ritroverò in un angolo deserto, spettatrice del divertimento altrui, a contarmi le doppie punte nei capelli e a guardare il display del telefono muto per darmi un tono.

5.

Sono Lucia quella della Mini rossa. Quella sempre in ritardo e minacciata di morte. Quella che quel fatidico pomeriggio non c’era. Quella che ha visto solo il futuro.

Stefano telefonerà a Giulia. E risponderà Martina. Dopo i primi momenti di incomprensione calerà un silenzio imbarazzato, quindi Stefano scoppierà a ridere perché è uno poco permaloso. Martina, accantonata la timidezza e contagiata dalla calorosa risata, inizierà a sghignazzare piano, poi a ridere di cuore. Parleranno tre ore, senza rendersi conto del tempo che passa. Poi si risentiranno e decideranno di vedersi. Una volta, due, dieci… Un attimo o una vita intera non importa, quel che conta è che i loro desideri si fonderanno in un blues di anime, un rap di emozioni, un rock ‘n’ roll di sogni e nei loro ricordi suonerà sempre un’armonia di quelle che se ti entrano in testa non te le togli più. Alla faccia di Giulia!



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