Tutto a posto

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Vittorio Piccirillo, Lodi

 

Era il terzo sabato del mese, così mi alzai prima del solito. Dopo aver controllato che avessi con me i contanti e il documento d’identità, uscii di casa.

In strada, come ogni giorno, incrociai persone frettolose e indifferenti, che mi scansavano a malapena pur di non deviare dal loro cammino. A stento notavano la mia presenza – se è per questo, quella di chiunque altro –, assordati com’erano dal frastuono del traffico sovrapposto al torrente di rumori che erompeva dagli auricolari di cui erano muniti. Persino quando barcollavano, avendomi urtato più vivacemente del solito, si guardavano attorno confusi e incerti, strappati per un istante all’illusione di essere unici e soli al centro dell’universo.

Giunsi alla fermata del tram proprio mentre quello sopraggiungeva. Mi accodai alla piccola folla che si radunò davanti alle portiere. Erano le stesse persone di sempre, diverse eppure uguali, al punto che quasi le riconoscevo: adolescenti vestiti con abiti firmati, che però non avevano i soldi per pagare l’abbonamento; madri senza lavoro, che si arrangiavano prendendosi cura dei figli delle altre; pendolari lenti e disciplinati, assonnati e dalle facce lunghe, che seguivano un tragitto talmente abituale da essere divenuto automatico; anziani che, giorno dopo giorno, da una vita ripetevano il medesimo percorso, incapaci di rompere quel ciclo perverso anche quando il loro posto era ormai occupato da altri. E poi gente di etnia diversa, estrazione diversa, provenienza diversa, tutti accomunati dal fatto di possedere più ambizioni e desideri che opportunità e mezzi per realizzarli.

Riuscii a salire, mi sistemai in piedi sulla piattaforma posteriore. Il tram chiuse le porte e si mise in moto, sferragliando e sobbalzando sui binari. Il mio sguardo si perse dietro alla strada che percorrevamo: guardai le insegne sgargianti e le vetrine addobbate dei negozi che apparivano e subito scomparivano, oltre il riflesso scuro del mio volto, sulla superficie unta e graffiata del finestrino.

Avevo sentito parlare del miracolo molto prima di toccarlo con mano e di arrivare a comprendere in cosa consistesse davvero. Secondo alcuni si era già compiuto e ne eravamo tutti parte integrante; altri invece sostenevano che non ci eravamo arrivati, non ancora, che occorreva un po’ di pazienza e di fiducia nella classe dirigente del paese, che lo avrebbe realizzato di sicuro in tempi brevi. Persino la crisi profonda, che piegava il paese da anni, altro non era che una fase necessaria per raggiungere l’obiettivo.

La parola magica che avrebbe realizzato il miracolo era crescita. I consumi dovevano crescere, in modo che la produzione potesse crescere, facendo sì che vi fosse una crescita dei consumi, che avrebbe così favorito la crescita della produzione: un circolo vizioso che si sarebbe alimentato di se stesso. Un processo ricorsivo da ripetere all’infinito, tutti noi imprigionati in un nastro di Moebius che non permetteva di distinguere il principio dalla fine. Un meccanismo perverso, capace di stritolare fra i propri ingranaggi chiunque avesse tentato di comprenderne il funzionamento.

Tutto doveva crescere.

Quando i bisogni esistenti sarebbero stati soddisfatti, se ne sarebbero creati di nuovi: automobili per tutti, elettrodomestici per tutti, computer per tutti, telefonini per tutti, connettività per tutti. Veicoli che avrebbero deciso quale sarebbe stata la strada migliore per andare nel posto in cui volevano portarti, che si rifornivano e si occupavano da soli della manutenzione, con addebito diretto sulla carta di credito. Frigoriferi che compravano in autonomia, collegati col supermercato, che avrebbero deciso ciò che sarebbe stato giusto mangiare e bere. Televisori che avrebbero imparato i gusti del proprietario, guidandolo nella scelta, e ricordando le scelte effettuate agli amici più intimi. Computer dalla potenza smisurata che avrebbero fatto ciò che volevano loro; e: «che processore, che grafica, che design!». Cellulari che avrebbero avvertito il proprietario solo delle chiamate che loro avrebbero deciso essere importanti, per non distoglierlo dall’intrattenimento illimitato a cui lui avrebbe avuto accesso.

Che cosa sarebbe importato, allora, se nel mondo reale tutti noi saremmo stati obbligati a muoverci in un’unica direzione? Nel mondo virtuale avremmo navigato in libertà. Tanti criceti intenti a rotolare frenetici all’interno del cilindro.

«Testa bassa, gambe in spalla e pedalare». È uno dei modi di dire preferiti dagli abitanti della metropoli dove vivo, e che quel giorno guardavo scorrere dai vetri del tram.

Con qualche scossone e un acuto stridìo di ruote, la vettura si arrestò, le porte si aprirono. Scesi dal veicolo e m’incamminai verso l’ufficio postale. In pochi minuti raggiunsi l’edificio, oltrepassai la porta a vetri, fui dentro, presi il numero dal distributore automatico, facendo attenzione a non sbagliare categoria.

Conoscevo bene quel posto: se mi fosse andata bene, avrei trovato un impiegato conciliante; se mi fosse andata male, mi sarei imbattuto in uno rigoroso e irremovibile; in entrambi i casi sarei stato comunque squadrato con diffidenza e sospetto. Dunque, meglio evitare problemi.

Sedetti in un angolo e in silenzio attesi il mio turno.

C’erano più persone che sportelli aperti, e più pagamenti che prelievi. Questa era una delle poche cose uguali al mio paese d’origine. Là da dove provengo e in questo posto diventare ricchi è arduo, e farlo con onestà quasi impossibile. Perdere i propri beni – monete, banconote, sementi, provviste, acqua – al contrario è questione di un attimo.

Pensai che tutto ciò in cui avevo creduto, che avevo sognato, per il quale mi ero illuso non esisteva: era un miraggio, pronto a svanirti tra le dita appena cercavi di afferrarlo.

Mentre attendevo il mio turno, dissi a me stesso che non aveva senso, non era quella la ragione per cui avevo fatto tanta strada. Ero venuto fin qui in cerca di fortuna, per condividerla poi con la mia famiglia; non per essere fagocitato e assorbito da quel gigantesco organismo nel quale mi trovavo costretto a vivere, risucchiato in un marchingegno diabolico il cui unico scopo era quello di realizzare la fortuna degli altri.

Mi domandai anche di cosa mi stessi lamentando. C’era chi – pur svolgendo un lavoro serio e dignitoso – si era ritrovato in mezzo a una strada dalla sera alla mattina, e io invece occupavo un posto dignitoso, vivevo in una casa decente. I miei venti metri quadrati in affitto, perennemente a rischio di sfratto, sono una reggia paragonati alla capanna di fango in cui sono nato e cresciuto.

«Infatti ‒ pensai ‒ io sono uno dei fortunati».

Fin da piccolo, i miei genitori mi avevano protetto dalle incursioni dei tagliagole; mi avevano portato in spalla per trenta chilometri fino all’ospedale della Croce Rossa per farmi vaccinare; mi avevano affidato alle suore missionarie perché avessi un’istruzione; avevano evitato che mi abbrutissi, lasciandomi a casa invece che a coltivare i campi e pascolare gli animali, per lunghe interminabili ore. Avevano compiuto sacrifici enormi pur di mettere insieme il necessario per regalarmi il modo di affrontare il viaggio che mi aveva portato fino a qui.

Come avrei potuto togliere a mio padre e mia madre l’illusione, spiegando loro come stavano davvero le cose? Che parole avrei mai potuto scegliere? «Mamma, papà, mi trovo in un paese al quale non appartengo, parlo una lingua che non è la mia, lavoro tra persone con le quali non ho nulla in comune e che non vogliono avere nulla in comune con me. Qui sarò un estraneo fino alla fine dei miei giorni. Mamma, papà, la mia vita è certamente cambiata, ma non è migliore». Scossi la testa.

Chiamarono il mio numero. Mi diressi verso lo sportello dove consegnai il modulo grazie al quale inviavo ai miei genitori una parte della mia paga. Nel breve spazio disponibile per il testo avevo scritto la frase di sempre: “Qui è tutto a posto”.

L’impiegato era uno conciliante, non fece questioni. Non alzò neppure la testa.

Poco dopo ero di nuovo per strada, diretto alla fermata del tram.

Era fatta, potevo tornare a occuparmi delle automobili nel parcheggio del centro commerciale: ce ne dovevano essere parecchie in attesa, pronte per essere pulite, lavate, tirate a specchio.



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