Tailleur grigi e scarpe verdi

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Margherita Brunelli, Delebio (SO)

 

Piove, piove, piove, e i nuvoloni neri van per il cielo in ronda come carabinieri…

Non riesco a togliermi dalla testa questa filastrocca.

L’ho sentita stamattina, nella cameretta verde numero ventidue della casa di riposo Villa Fiorita.

La mamma me la recitava spesso quand’ero bambina. Era sul suo sillabario di prima elementare.

È rimasta impressa nell’archivio più nascosto nella sua mente, uno dei pochi ancora raggiungibili, per lei.

E ora mi guarda, sorride, gira la testa verso la finestra e, se piove, rivolge di nuovo lo sguardo verso di me e, senza aggiungere altro, ripete la stessa strofa Piove, piove, piove…

Fa sempre più fatica a riconoscere la sua famiglia, talvolta temo che non sappia più chi sia io. Peccato, ne sarebbe orgogliosa, credo.

L’ultima volta che abbiamo avuto una conversazione normale dall’inizio alla fine è stato un anno fa.

Non è piacevole ricordare la discussione di allora. Io le ho imprecato contro e lei non ha voluto cedere.

Ora potrei dimostrarle che aveva torto.

Da allora, il secondo martedì del mese vengo a trovare la mamma in questa città, la sua città.

Vorrei che mi vedesse in questo momento, alle sedici e trenta di un giorno feriale, seduta al tavolino esterno di un bar lussuoso, mentre aspetto che il tè verde, che mi hanno appena portato, si raffreddi. Indosso un tailleur Armani grigio scuro, la giacca corta, aderente, e la gonna a tubino, che arriva appena sopra al ginocchio. Quando l’ho acquistato, la scorsa settimana, la commessa, molto competente, ha ritenuto opportuno accorciarla un po’, dicendo che il completo era stato studiato per donne con un fisico perfetto, ma, essendo le mie proporzioni più che perfette, aveva dovuto fare qualche piccola modifica.

Adesso che ci penso, questa cosa della commessa non potrei comunque raccontarla a mia madre, mi chiederebbe se davvero non ho capito che la venditrice voleva semplicemente convincermi a comprare quel vestito tanto costoso. Mi direbbe che una laurea in legge non mi aveva insegnato che i soldi non si buttano e che l’eleganza non si compra. Avrebbe comunque apprezzato il tessuto pregiato e il taglio dell’abito e mi avrebbe detto che ero bella, ma che lo sarei stata anche con uno straccio addosso.

O forse no. Litigheremmo, come sempre.

Quando sono entrata al bar ho appeso l’impermeabile sull’attaccapanni, all’ingresso. Ovviamente l’ho tolto perché era bagnato, ma sono così contenta del mio completo che voglio mostrarlo a tutti. Mi sistemo meglio sulla sedia. Cerco di immaginare come mi vede chi passa sulla strada.

È una bella immagine, una splendida signora, molto elegante, portamento fiero, che siede disinvolta al tavolo di un bar, sola, quindi indipendente. Potrei essere la protagonista di un film, magari francese, diretto da un regista famoso.

La vibrazione del cellulare mi riscuote dai miei sciocchi vagheggiamenti. Un messaggio di Giuliana, collega e amica: mi dice che è riuscita a far saltare fuori quel modulo perso da giorni; tanto meglio, penso, una seccatura in meno. È solo un’informazione di lavoro, ma vedere l’sms di Giuliana mi ricorda che forse non sono stata tanto gentile con lei. Sabato prossimo sarà il suo compleanno, e qualche giorno fa mi ha invitata a uscire con il suo ragazzo e alcuni amici, andranno al pub di suo fratello:

«Dai, per il mio compleanno ti vieni a bere una cosa insieme a noi da Nicola. Ci facciamo una serata tranquilla, e poi tanto li conosci già tutti… siamo io e Luca, Simona, Tommaso, Lucia e Valeria; non ci saranno mica solo coppiette!».

No, in effetti non solo coppiette. E poi è gente simpatica, sono una bella compagnia; avrei voluto rispondere sì, ma ho preferito declinare l’invito con tutta la cortesia di cui sono capace:

«Grazie Giuliana, forse però è meglio di no» ho detto. «Lo sai, no? Con mia mamma in quelle condizioni… mi riesce difficile divertirmi».

O magari ho paura di essermi dimenticata come si fa. O magari ho paura di sentirmi in colpa perché non è affatto vero che mi sono dimenticata come si fa. Tant’è, no grazie.

«Sì, non è facile, però potresti solo per una volta…» insiste un poco lei. Con garbata malizia tenta di pizzicare le corde giuste: «Ci sarà anche il barista».

Il mio sopracciglio sinistro assume la tipica posizione snob.

«Sì, proprio quello lì – ridacchia lei – che ti ha puntato tutta la sera entrambe le volte che sei venuta al pub!».

«Ma figurati, non è vero». Invece un po’ è vero, me ne sono accorta. «E poi è solo un ragazzino».

«Quanti anni pensi che abbia?! Trentatré, tesoro mio… e tu quanti pensi di averne?». Sorride.

Io ho 39 anni. Vecchia no, ma insomma… dovrei aver passato l’età dei flirt da bar. Eppure il tizio non è male: alto, con la barba incolta. No Anna, smettila subito, stai considerando l’idea e non va bene; se poi lo venissero a sapere in ufficio? Ma mi rendo conto che questa è una scusa, Giuliana non è il tipo che mette in giro chiacchiere.

Penso alle mani giganti del ragazzo che scorrono sotto la gonna del mio rigorosissimo tailleur. Questi sono pensieri davvero poco rigorosi, mi ammonisco. Al diavolo, va bene così. Se non fossi stata così rigorosa non mi sarei laureata a 25 anni, non avrei passato l’Esame di Stato al primo tentativo e non avrei il lavoro che ho.

«Io ti dico solo che mio fratello me l’ha pure confermato…».

Mi irrigidisco e la guardo tra lo scocciato e l’incredulo. Non glielo sarà mica andata a chiedere, vero? Accidenti, non siamo al liceo.

«No, non ho chiesto proprio nulla, mi sono limitata a constatare il suo interesse per te e a ignorare le sue mosse per farsi notare; se proprio vuoi saperlo, è stato Nicola a dirmelo». Io non rispondo, Giuliana mi conosce, forse mi vuole anche bene, capisce che è meglio lasciar cadere l’argomento: «Decidi tu. Se vieni mi fai contenta, altrimenti nessun problema» e mi fa l’occhiolino.

Osservo il giardino pubblico che c’è di fronte al bar. Una graziosa tettoia di legno copre una panchina, su cui è seduto un uomo. Ha il viso stanco, indossa dei vecchi abiti, sporchi e troppo larghi.

Potrebbe essere un operaio che sta per iniziare il turno di notte. Tiene in mano un sacchetto di plastica, con la stampa di un supermercato.

Suppongo che dentro ci sia il suo pranzo. È triste. Avrà più o meno la mia età. Attende, con ansia, che arrivi la domenica. Ha passato la sua vita a lavorare duramente in una catena di montaggio, a portarsi il pranzo da casa, in una borsa di plastica. Sua madre gli ha preparato dei panini col prosciutto cotto, quello che costa meno. Vive ancora nell’appartamento in affitto con i suoi genitori, non ha abbastanza carattere per andarsene, e neppure soldi, e neppure voglia. È contento solo quando il capo reparto gli dice che ha fatto bene un lavoro. Quando andrà in pensione, con la liquidazione, comprerà un’auto nuova, andrà al mare, anzi no, la salsedine potrebbe rovinarla. Meglio andare a trovare la zia, in Veneto, e ci porterà sua madre, che glielo chiede da anni. La zia gli lascerà libero il garage.

Se gli resteranno dei soldi, comprerà dei vestiti. Quelli che usa per la sua professione li terrà da parte, per eseguire eventuali lavoretti che gli potrebbero chiedere i vicini. Sono abiti riciclati, li ha portati a casa sua madre, che fa la cameriera. La signora Giumelli, da cui la donna presta servizio, ogni tanto le fa dei regali. Suo figlio, Leonardo Giumelli, da dieci anni laureando in giurisprudenza, è più alto e grasso, e scarta capi d’abbigliamento come nuovi. È una brava signora.

Povero Giovanni, sì, potrebbe chiamarsi Giovanni, il nome è bello, un classico.

Mentre filosofeggio sullo squallore della vita di Giovanni, l’uomo si alza in piedi, saluta qualcuno con la mano, sorride e allarga le braccia. Un bambino bellissimo, cicciottello e sorridente va entusiasta verso l’operaio stanco. Ha il passo incerto, avrà imparato da poco a camminare, fa i primi passi per prendere l’equilibrio, poi corre. Si lancia fiducioso verso l’uomo, che lo prende in braccio e lo lancia in aria. Ridono entrambi.

Una bella ragazza, molto più giovane di lui, con lunghi capelli neri segue il bimbo temendo che possa cadere.

Quando raggiunge l’uomo, che tiene il figlio stretto a sé, li abbraccia entrambi. Suo marito – se sono sposati – la guarda con tenerezza e desiderio. La donna, che potrebbe chiamarsi Caterina, si sporge verso di lui per baciarlo sulla bocca, si alza sulla punta dei piedi e solleva dietro di lei, come per gioco, il piede destro… rimango basita: la ragazza indossa delle décolleté verdi.

D’un tratto non sono più seduta al tavolino del bar. Ho venticinque anni, cammino veloce e arrabbiata in corso Monte Napoleone, mia madre arranca a starmi dietro. Sono furiosa perché devo assolutamente trovare un paio di scarpe nere, serie, da ufficio: lunedì prossimo inizierò il mio biennio di praticantato, lo studio è rigoroso e io devo essere impeccabile.

«Perché te la prendi? Erano bellissimi quei sandali! Ovvio che non puoi usarli per andare al lavoro, però la zia Teresa ti ha dato una bella mancia per la laurea… ci stavano dentro col prezzo…».

«Ma che diavolo dici, mamma?!» la zittisco. «Devo recuperare delle dannatissime décolleté nere classiche, normali e tu vuoi farmi provare un paio di sandali verde brillante con suola fuxia? Anche fosse quando porca miseria pensi che li possa mettere?!».

Ecco, magari li potrei indossare in una giornata di primavera inoltrata per correre sotto la pioggia verso il mio uomo. O un uomo qualunque, non è necessario che sia il mio.

La storia con Paolo è durata quattro anni, uno e mezzo di convivenza. Sapevo che non sarebbe durata. Anche mia madre lo sapeva, infatti non ha nemmeno tentato di mostrarsi sorpresa quando le ho detto della nostra rottura: è rimasta in silenzio per qualche istante, ha cercato di capire se il mio umore potesse sopportare quello che aveva da dire, e alla fine ha esclamato sollevata:

«Ah, finalmente una bella notizia! Secondo me era cretino…».

Io la guardo, disorientata, sbigottita; poi sono felice. Credo davvero che a mia madre Paolo non fosse mai piaciuto troppo, ma so anche che se la nostra relazione fosse durata, e se lei mi avesse vista felice, me ne avrebbe tessuto le lodi.

In pochi minuti si è ribaltata la situazione.

Dall’alto del mio pulpito, ho creduto di poter giudicare un uomo. Mi sono sentita un arbitro illuminato, con il potere di emettere una sentenza definitiva. Ho pensato allo squallore della sua vita e ho provato pena per lui.

Il mio pulpito è la sedia al tavolino di un bar. Di fronte a me un’altra sedia, vuota.

L’uomo sembra felice. Ama la sua donna e la desidera. Lei lo sa e si tiene stretta a lui, che la allontana quel tanto che basta per guardarla intensamente negli occhi. Hanno un figlio splendido di cui sono orgogliosi.

Giovanni, ma a questo punto anche il nome è in dubbio, apre la borsa di plastica ed estrae un giocattolo, un camioncino rosso che porge al bimbo estasiato.

Lo squallore che credevo di aver visto nella vita di quell’uomo mi rimbalza contro e mi ricopre come un’ombra.

Ho davvero desiderato che qualcuno notasse il mio tailleur? Il desiderio è un’altra cosa, è quello che ho letto negli occhi di quell’uomo.

Rivedo la mia immagine dall’esterno, è profondamente cambiata. Eh sì, proprio film francese…

Arrossisco imbarazza e trattengo una risata.

Sta di fatto che il completo è bellissimo, e che io sono una donna piacevole e intelligente. Magari se il barista fosse stato qui (ma poi come caspita si chiama? Non mi sono preoccupata di chiederglielo o di domandarlo a Giuliana) forse lo avrebbe apprezzato.

Il trio sparisce dalla mia vista, inghiottito da un solo ombrello gigantesco. Una coltre di gioia. Un rifugio che per loro è caldo e rassicurante, per me temo sarebbe una gabbia. Non invidio la scena di famiglia perfetta alla quale ho appena assistito. I figli sono troppo difficili, troppo pericolosi; non credo che sarò mai pronta per mettere la mia felicità nelle mani di qualcun altro. Troppo rischioso.

Una cosa però sì, la invidio: il gesto che la presunta Caterina ha fatto con la gamba, quel sollevarla vanitosa e compiaciuta, come la protagonista di una commedia romantica, come una ragazzina ai suoi primi baci. Un movimento allegro e distratto, una piccola virgola. Eppure così seducente.

Credo di aver deciso cosa fare.

Mi fermo ancora un po’, finisco il tè, che non è buono come speravo. Prima di alzarmi per pagare voglio rispondere al messaggio di Giuliana. Le scrivo che oggi pomeriggio non tornerò in ufficio, una commissione improvvisa; aggiungo che sarò felice di festeggiare il suo compleanno al pub sabato prossimo. Adesso devo recuperare un biglietto urbano, salire sul tram 14 e scendere in via Monte Napoleone; in quel negozio hanno sempre cose stravaganti, magari non troverò proprio dei sandali verdi, però mi piacerebbe comprare delle scarpe di vernice rossa, con il cinturino a T. E alte, almeno 12 centimetri. Capisco che le desidero da tanto, probabilmente da quando ho visto quel bellissimo film, Scarpette rosse, secoli fa. Non è un film francese, ma va be’…

Mentre conto le monete passo mentalmente in rassegna il mio armadio: metterò una calza velatissima, il tubino nero scollato sulla schiena, il soprabito leggero con le maniche a tre quarti. Mi sa che devo pensare anche all’intimo. E sistemare la camera da letto…

Speriamo che non piova (piove, piove, piove, e i nuvoloni neri…). Ma se anche piovesse? Non me ne importa. Sarò perfetta, bellissima come il primo giorno di lavoro, con quelle stupide scarpe nere che ho logorato. Lui non mi resisterà, gli sorriderò civetta e divertita come ho fatto nelle due occasioni precedenti, potrei aspettare che finisca il suo turno, potrei accettare di essere riaccompagnata a casa, potrei invitarlo a salire. O nulla di tutto ciò. Forse attirerò le attenzioni di qualcun altro, un altro ancora più giovane e carino, o più grande e fascinoso. Oppure mi godrò le battute di Valeria e Lucia, mi farò lasciare davanti al mio portone da Luca e Giuliana, e mi farò un bagno con i sali profumati.

Avverto un grande senso di aspettativa. Andrà tutto bene. La cosa che più conta è trovare le mie scarpe rosse. La mamma, spero di trovarla bene martedì prossimo, spero che mi riconosca. Spero che riesca a capire che quei sandali verdi, alla fine, ho deciso di comprarli.



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