Il giorno dei morti

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

di Luca Lonardelli, Verona

 

Verona, 2 novembre.

Il giorno dei morti.

 

È tutta mattina che la mamma spignatta e per la casa c’è profumo di arrosto. Io sono sveglio da poco.

Suonano alla porta.

«Andate voi» grida la mamma dalla cucina.

Non va nessuno.

Suonano un’altra volta.

Mia madre dice qualcosa scocciata, parla da sola, poi, asciugandosi le mani sul grembiule va ad aprire.

La porta si spalanca.

Sulla soglia c’è il nonno in soprabito, con il vestito nero elegante tutto sporco di terriccio, e un fiore secco all’occhiello della giacca. Dal taschino gli spunta un fazzoletto color malva.

Mio nonno è sempre stato un signore molto elegante. Uno formale, uno che ci teneva.

La mamma allarga le braccia e dice «Ciaooooo papaaaaà» con smisurato entusiasmo.

Il nonno non dice nulla, e quelle vuote cavità orbitali restano inespressive.

«Vieni, entra. Dammi il soprabito».

Il nonno entra, emette qualche incomprensibile versetto gutturale, e girandosi si lascia sfilare il cappotto dalla mamma.

«Ti trovo bene, sai» dice la mamma appendendo l’abito all’attaccapanni «Vieni, siediti sul divano. Adesso ti porto un aperitivo. Paolo deve ancora arrivare, è andato a prendere le paste. Lucaaaaa, scendi, è arrivato il nonno».

«Arrivooooo» rispondo io, e resto a letto a sfogliare una rivista.

Il nonno, con movimenti stanchi e lenti, si siede sul divano coperto da un telone di plastica trasparente aiutato dalla mamma, e poi si abbandona esausto sullo schienale del morbido sofà.

«Alcolico o analcolico papà?».

Il nonno non dice nulla, assente, davanti alla TV sintonizzata sulle prove del gran premio.

La mamma va in cucina, stappa un gingerino e lo serve in un bel bicchiere da drink. Lo mette su un vassoio, accanto alla coppetta con delle patatine dorate e croccanti, e poi gli porta il tutto.

Il nonno è lì, ipnotizzato di fronte alla TV, inebetito davanti alle macchine che girano.

La mamma mette il vassoio sul tavolino accanto al divano, poi guarda la giacca del nonno, vede qualcosa e gli dice «Aspetta».

Va nel ripostiglio, rovista un poco e torna con una di quelle spazzole per abiti.

L’aria nel frattempo comincia a farsi pesante, e al profumo di arrosto si sovrappone l’odore di putredine.

La mamma inizia a spazzolare via qualche verme dalle spalle della giacca del nonno, e ogni tanto ci passa sopra con la mano per darle la piega.

Il nonno rimane impassibile, immobile davanti al suo gran premio.

«Ecco qua, a posto».

Il nonno si volta verso di lei e la fissa, quasi interrogativo, poi senza guardare allunga la mano verso il tavolino e ribalta il bicchiere. L’analcolico allaga tutto il vassoio, e tempestivamente la mamma solleva la coppetta con le patatine.

«Oh – dice quasi divertita – niente paura, non è successo niente».

Asciuga il fondo della coppetta con un tovagliolino di carta scampato all’alluvione e poi gliela porge.

«Ecco, papà, tieni, intanto mangia queste che ti porto un altro bicchiere».

Il nonno, assente, riceve goffamente la coppetta, poi tuffa la mano tra le patatine e inizia a portarsele alla bocca. Gli mancano parecchi denti, praticamente tutti, e sono le sue gengive marce a chiudersi con atarassica metodicità sui deliziosi snack dorati per ridurli in poltiglia.

La mamma torna in salotto e tutta sbarazzina dice «Eccoci qua!» e svolazzando gli porge il drink con plateale cortesia.

Il nonno allunga la mano sinistra verso il bicchiere, mentre la destra seguita a pescare dalla ciotola. Sulla giacca, i pantaloni, e la faccia sfigurata ci sono grosse briciole di patatine.

Le dita logore raggiungono il bicchiere, lo stringono maldestramente e poi tremanti lo avvicinano a quel che resta delle labbra. Un po’ di gingerino tracima sul divano.

Il nonno inizia a bere, sbrodolandosi la bella giacca nera, e continua a spingere indietro testa e bicchiere, anche quando quest’ultimo è del tutto vuoto. La mamma allora, che è rimasta a sovrintendere l’operazione, afferra il bicchiere dalle mani del nonno e glielo sfila con premura. Il nonno oppone un po’ di resistenza, ma poi lascia la presa e torna a concentrarsi sulle patatine.

«Lucaaaaa – strilla – vuoi scendere! Vieni a salutare il nonno».

«Seeeee – rispondo io – un attimo».

La mamma va in cucina, apre il forno, controlla l’arrosto e ci versa sopra del brodo. Sui fornelli intanto stanno bollendo polenta, zampone, e lenticchie, i piatti preferiti del nonno.

Io mi alzo finalmente dal letto, mi metto qualcosa addosso, e vado in bagno. Urlo uno “sto arrivando” verso il piano di sotto, giusto per prendere tempo con mia madre, e inizio a lavarmi i denti.

Intanto il profumo d’arrosto è quasi definitivamente inquinato.

Mamma inizia a spalancare un po’ di finestre, per far cambiare l’aria, e vede che nel vicinato quelle di tutte le altre case sono già aperte. Per le strade, sparsi qua è la, un po’ di defunti vestiti a festa incedono lenti verso le abitazioni dei propri cari.

Scendo in soggiorno, il nonno è sul divano davanti al gran premio. Sta tuffando la mano nella ciotola vuota, e quando la porta alla cavità orale si sbocconcella un po’ le dita.

«Mammaaaaa – grido io – il nonno si mangia le dita».

«Come si mangia le dita? Fermalo, no?».

«E come faccio?».

«Levagliele dalla bocca, santo Dio!».

«Ma mamma…».

«Madonna mia Luca, neanche questo fai. Dai, vieni qui a guardarmi le pentole che ci penso io al nonno. E mescola!».

Allora vado di là e incrocio lo sguardo severo di mamma che sta andando a soccorrere il nonno.

«Aspetta, papà» dice, e gli allontana con gentilezza la mano dalla bocca vorace.

Il nonno la guarda interrogativo, accenna a rimettere la mano in bocca ma la mamma lo ferma e gli dice di aspettare. Raccoglie il bicchiere rovesciato sul divano e torna in cucina di fretta.

«Controlla che il nonno non si mangi altre dita, finché preparo gli stuzzichini».

Io vado di là e mi siedo sul bracciolo della poltrona accanto al nonno. Guardo un po’ di gran premio tenendomi le mani in tasca.

«Tutto bene nonno?» chiedo un po’ a disagio «come stai?».

Il nonno mi guarda spaesato, come se stesse pensando a qualcosa che proprio non vuole venirgli in mente, poi alza la coppetta vuota delle patatine verso di me, quasi a voler farmi capire qualcosa.

«Vuoi che te la riempio?» chiedo io.

Il nonno non risponde, si limita a emettere un verso gutturale e a sollevare nuovamente la coppetta.

«Mammaaaa – grido – il nonno vuole ancora patatine!».

«Santa pazienza, le sto preparando! Digli che adesso arrivano. Se qualcuno mi aiutasse in questa casa…».

Io intanto guardo il nonno con la sua coppetta alzata e la faccia interdetta da bambino al quale hanno appena fregato la merenda, e provo una gran pena. Mi ricordo quando andavamo nei boschi a fare le passeggiate e a raccogliere le castagne. Ora invece non riuscirebbe nemmeno ad allacciarsi le scarpe da solo.

«Eccoci qua» esordisce mamma con un’ostentata allegria tradita da un profondo retrogusto di disperazione, e fa capolino nel salotto con un piattone di golosi tramezzini.

«Guarda il nonno – mi dice – io vado di là a finire».

Io non rispondo e guardo il nonno, che adesso è tutto sporco di maionese e con una minuscola bandierina della Svizzera conficcata nel palato.

Suona il campanello.

«Dev’essere il papà, vai tu!» urla di nuovo la mamma.

Stavolta vado, ma non tolgo gli occhi dal nonno. Apro la porta. È papà.

«Ciao papà».

Papà mi saluta, entra e annusa l’aria.

«È arrivato il nonno?» mi chiede già sapendo la risposta.

Io faccio cenno di sì, poi torno al divano.

Mio padre si avvicina al suocero, gli si ferma davanti e lo apostrofa.

«Salve Spartaco, tutto bene?».

Mio padre ha sempre dato del lei al nonno. Sempre.

Il nonno si volta lento verso di lui, lo scruta un poco e poi riprende a infilarsi il tramezzino in bocca.

Dalla cucina mia madre urla.

«È pronto, a tavola. Luca, vai a chiamare tuo fratello!».

«Filippooooo» grido io.

«Arrivooo» risponde mio fratello.

Mio padre intanto sta spruzzando deodorante per tutta la casa, guardando con frustrazione tutta la sporcizia prodotta dal suocero. È un’amante dell’ordine e diventa matto quando vede la casa messa male.

Io faccio sedere il nonno a capotavola e intanto mio fratello è arrivato al piano terra con noi.

«Che puzza di merda» esordisce.

Poi guarda a tavola e vede con disappunto che c’è il nonno.

«Hai visto – lo accoglie mamma – c’è il nonno! Vai a salutarlo».

Mio fratello ha sette anni, e il nonno, da vivo, lo ha conosciuto che era molto piccolo, non ne ha un chiaro ricordo. Quindi vederselo lì, tutto deturpato e decomposto gli mette addosso una certa inquietudine.

«No – ribatte d’istinto Filippo – io quello lì non lo saluto».

«Cos’hai detto? – sbotta mia madre – Che non ti senta più fare questi discorsi, vai a salutare tuo nonno!».

Vedo una maschera di frustrazione dipingersi sul volto di mio fratello, e al terzo invito di mia madre il poveraccio scoppia a piangere disperato e scappa al piano di sopra in camera sua.

«Ma roba da matti, – dice mia madre levandosi il grembiule – a sette anni ancora queste storie».

Poi si rivolge al nonno e gli chiede profondamente scusa, e gli dice che è solo un ragazzino. Il nonno sta cercando di acchiappare un’olivetta farcita, e non sembra aver registrato il messaggio di mia madre, tanto meno lo sgarbo di mio fratello.

Mio padre ha appena finito di passare con una spugnetta umida il telone in plastica sul divano, e va al lavello per riporla e per lavarsi le mani. Ha un’aria schifata.

«Filippooo» urlo io, ma mio fratello non risponde.

«Lascialo, su, – dice mia padre – se non mangia adesso mangerà dopo».

«Sì – incalza mia madre – ma non vedo perché tutte le volte che c’è il nonno devono venire fuori queste storie».

Mio padre fa quasi per iniziare a dare una spiegazione, poi scuote la testa, lascia perdere e inizia a mangiare.

Io e papà stiamo il più distanti possibile dal nostro ospite, è solo la mamma che pervasa da amore filiale riesce a rimanergli accanto. Il puzzo è molto forte, difficile assuefarsi, nonostante il deodorante e le finestre aperte.

Mio padre è in piedi che taglia l’arrosto; comincia a servire i convitati, partendo dal nonno. La mamma riempie i piatti con il resto delle portate.

Il nonno, spinto da un istinto primordiale, si guadagna dopo qualche sforzo le posate e cerca di trafiggere con maldestri affondi di forchetta le vivande nel piatto.

Mia madre non mangia, fissa perdutamente e con gli occhi lucidi le azioni da ritardato di quell’uomo che l’ha amata e cresciuta.

Mio padre mette la mano sulla sua, e la guarda negli occhi come per farle forza. Lei tira un po’ su col naso, fa segno di sì, e poi si tampona le palpebre col tovagliolo.

Mangiamo, nessuno dice una parola.

Il nonno intanto ha finalmente preso il ritmo, e infilza con inattesa sicurezza una squisitezza dopo l’altra. Metà del cibo che porta alla bocca viene parzialmente masticato, e poi ricade nel piatto o sulla tovaglia, e tutti noi facciamo finta di non vedere ostentando una forzata indifferenza.

Poi è il momento del dolce, e mamma, dopo aver sparecchiato un po’, apre il frigo e tira fuori le paste. Spoglia dell’incarto il cabaret e dopo una rapida occhiata ai dolci fa notare a mio padre che non si è ricordato di comprare i risini, i preferiti del nonno.

«Non ce n’erano più» mente papà per ovviare alla sua dimenticanza «però ho preso quelle alla frutta».

«Al papà quelle alla frutta non piacciono» ribatte fredda mia madre.

«Allora mangerà i cannoncini. I cannoncini gli piacciono».

«Sì, ma lui va matto per i risini» insiste lei.

«Sì, va matto per i risini, però si mangia i cannoncini, va bene?» taglia secco papà.

La mamma lo guarda con sgomento misto a sdegno, poi scuote la testa rassegnata e serve i pasticcini.

Io mi sporgo verso mio padre e per cercarne la complicità gli sussurro: «Moriva dalla voglia di un risino» ma lui mi fulmina con lo sguardo e io capisco che la battuta è fuori luogo.

La mamma serve il nonno, e gli spiega che non ci sono i risini perché li avevano finiti. Pronuncia la parola “finiti” rivolgendo uno sguardo scettico a mio padre.

Il nonno non sembra rendersi conto dell’assenza della sua pasta preferita, e ingurgita tutto quello che gli viene messo nel piattino.

Papà stappa la bottiglia di moscato e ne mesce il contenuto in quattro raffinati flute. Quando ognuno ha il suo bicchiere in mano, contiamo fino a tre e brindiamo. Il nonno non capisce, e non ci imita nella libagione. Mamma allora ci blocca, proprio mentre stiamo per trangugiare il vino che già ci pizzicava il naso, e assistendo il nonno ci invita a ripetere.

Intimiamo nuovamente il cin-cin, questa volta con la complicità dell’ospite, e poi finalmente beviamo.

Il pranzo finisce e io papà aiutiamo il nonno a riprendere posizione sul divano. Mentre il caffè gorgoglia nella moka, i motori dei bolidi rombano sulla pista giro dopo giro.

Mamma arriva col caffè. Appena dopo essere stato servito, il nonno se lo rovescia addosso, papà impreca e la mamma si preoccupa che non si sia scottato.

“Cazzo mamma – penso io – è morto” ma non dico nulla.

Salgo al piano di sopra e vado in camera mia, e mia madre mi giudica con lo sguardo. Sicuramente sta pensando che il nonno viene una volta l’anno e potrei anche stare a fargli un po’ di compagnia, ma io non ci do peso.

Tutti e tre rimangono sul divano a vedersi il resto delle prove, poi, quando finisce, mamma invita il nonno di sopra a farsi un bagno caldo.

Assieme a papà lo aiutano a fare le scale fino alla stanza da bagno, poi mamma resta solo con lui, lo spoglia e lo fa entrare in vasca. L’acqua in pochi secondi si tinge di un sinistro color marrone, e affiora qualche vermetto che galleggia e si contorce.

Finito il bagno, la mamma gli infila un accappatoio e gli asciuga la testa con il phon. Con un pettine striglia gentilmente i pochi finissimi capelli bianchi rimastigli sulla testa, e di tanto in tanto getta nel lavandino qualche ciocca che ha ceduto.

«Eccoci qua papà, va meglio vero?».

Il nonno farfuglia qualcosa di incomprensibile.

O forse pare a lei.

«Adesso aspetta un secondo che vado a prenderti il vestito nuovo» dice la mamma, e se ne va verso l’armadio della camera da letto.

Torna dopo neanche un minuto, e il nonno è lì in piedi, un po’ barcollante che mastica inebetito una spugna da doccia.

«Ecco, papà» gli dice togliendogli la spugna dalla bocca «guarda che bel vestito!».

Il nonno sembra studiare un po’ l’indumento, poi si lascia vestire.

Fatica un po’, ma dopo una decina di minuti, eccolo lì il nonno, tutto azzimato e bello come il sole!

Al piano di sotto mio padre sta impazzendo, e dopo aver acceso bastoncini di incenso per tutta la casa, comincia a spruzzare freneticamente deodorante spray.

Una volta scesi, la mamma chiama il marito per attirare la sua attenzione sull’aspetto rinfrescato del nonno. Papà fa cenno di sì con la testa, in segno di approvazione, e poi ricomincia a disinfettare a e deodorare la casa.

«Ecco, papà – dice adagiandolo sul divano – adesso mettiti un po’ qui e riposati, che tra un po’ devi ritornare». E il nonno rimane lì, con una copertina di lana sulle ginocchia nella semioscurità del tardo pomeriggio autunnale.

Dopo un’ora, come ridestato da una remota chiamata, il nonno si alza improvvisamente e va verso la porta di casa. La mamma lo sente muoversi e corre subito a vedere che sta facendo, poi guarda l’orologio e realizza che è già ora di andare.

«Aspetta, aspetta» gli dice, e lui si ferma.

«Guarda che bel cappotto nuovo che ti abbiamo preso, eh?» e lo aiuta a infilarlo. Poi prende un fiore fresco e glielo infila nell’occhiello della giacca e lo osserva con sguardo languido.

Già gli manca.

Di nuovo.

«Il nonno va via, venite a salutarlo» urla la mamma con un nodo in gola, e io e papà scendiamo subito per l’accomiato.

Per la strada ci sono già un sacco di altri defunti tutti eleganti che stanno ritornando ai propri luoghi di sepoltura. Il nonno accenna a uscire, ma papà, infilandosi il giubbotto dice: «Aspetta dai, lo porto io».

Con il morto a braccetto papà raggiunge l’automobile, lo aiuta a salire e parte verso il cimitero locale.

Mamma, con gli occhi frementi di lacrime, li guarda in un pianto silenzioso prendere il largo, e con un gesto spontaneo alza la mano in aria in segno di saluto. Io le appoggio il palmo sulla spalla, e le dico di farsi forza. Lei fa sì con la testa e soffiandosi il naso rientra in casa e comincia a pulire col disinfettante.

Dal salotto, la voce del telegiornale:

 

… fino a stanotte. Sulla circonvallazione traffico bloccato per un imponente corteo di defunti che marcia lento verso il cimitero monumentale. Salvo qualche leggero contrattempo, si conclude senza incidenti questa giornata dei morti. Per motivi di viabilità, rinnoviamo il consiglio di non girare in macchina. Dopo il telegiornale andrà in onda il capolavoro di George Romero, “Zombie”. Buonasera a tutti.



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