Antonia Arslan

13-06-17 Emanuele Delmiglio 0 comment

intervista di Stefano Giorgianni

“Personalmente poi non credo a quelli che dicono che hanno riscritto il romanzo venti volte, perché alla fine diventa una cosa troppo artificiosa”.

Diventata emblema della cultura armena in Italia e affermata scrittrice in tutto il mondo, Antonia Arslan è uno dei personaggi di spicco della letteratura italiana contemporanea. Già professoressa di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, discendente da una stirpe di luminari di medicina, si è imposta al pubblico internazionale con La masseria delle allodole, romanzo di successo sul genocidio del popolo armeno che mescola sapientemente memorie familiari a una fine tecnica narrativa. Il libro, tradotto in più di venti lingue, dal quale è stato tratto l’omonimo lungometraggio dei fratelli Taviani, ha avuto un seguito, La strada di Smirne (Rizzoli, 2009). Dopo aver narrato le vicende che hanno coinvolto un antico manoscritto medievale armeno ne Il libro di Mush (Skira, 2013), oggi conservato al Matenadaran di Yerevan, un difficile periodo di malattia e di rinascita in Ishtar 2. Cronache di un risveglio (Rizzoli, 2010) ed essersi avventurata in un raffinato viaggio onirico in Il cortile dei girasoli parlanti (Piemme, 2012), la scrittrice, padovana di origine armena, è ritornata alla propria infanzia con il delicato Il rumore delle perle di legno (Rizzoli, 2015). Persona distinta ed elegante, ha concesso a Inchiostro un’intervista sul suo rapporto con la scrittura, sulla trasposizione cinematografica del suo lavoro e sugli armeni.

Quando ha preso la decisione di scrivere La masseria delle allodole?

Il momento più duro per me è stato cominciare. Pur avendo scritto molta critica letteraria, ero molto critica verso me stessa. A un certo punto una mia amica, docente di filosofia negli Stati Uniti, è stata talmente brava da capire prima di me quel che avevo dentro. Mi ha detto di iniziare a scrivere, voleva che io cominciassi prima del suo ritorno. Così un pomeriggio di maggio mi sono seduta e sono partita dal titolo Lo zio Sembat, poi è venuto fuori tutto, ed era tutto pronto in qualche modo. Poi però, come si sa, da quello che hai in mente alla scrittura di un romanzo c’è differenza, è filtrato attraverso tutta l’esperienza, tutti i libri che avevo letto, tutta la tecnica che avevo immagazzinato.

Aveva uno schema preciso durante la scrittura del libro?

Tre pagine al giorno, grossomodo, non di più. Sentivo che quella era la mia misura. Personalmente poi non credo a quelli che dicono di aver riscritto il romanzo venti volte, perché alla fine diventa una cosa troppo artificiosa. Deve avere una sua spontaneità, però la rilettura e la precisione sono essenziali. Mi capita spesso, mentro scrivo, di fare un segno vicino alle parole di cui non sono soddisfatta per rivederle in seguito; oppure, quando scrivo a mano, spesso sul margine sinistro spiego qualcosa che non ho illustrato abbastanza. Non correggo molto, perché la forma esce già abbastanza definitiva. Però a volte amplio.

Allora lei scrive a mano?

Dipende. Ho scritto a mano sia La masseria delle allodole che La strada di Smirne. Il libro di Mush l’ho invece scritto al computer, così come gli articoli. Quest’ultimo, Il rumore delle perle di legno, sono tornata a scriverlo a mano, iniziandolo, tra l’altro, in aereo.

Quando finisce un romanzo, lo manda a un editor?

No, non io. Per l’età che ho e visto il mestiere che ho fatto, sinceramente penso di non averne bisogno. L’editor della casa editrice ti serve solo perché puoi aver ripetuto più volte una parola. Io a volte lo faccio, perché è il mio modo di scrivere, deve aleggiare uno stile vagamente orale, anche se non lo è affatto. L’editor sottolinea questi termini, io rileggendo vedo se li voglio tenere oppure no. Questo è il mio modo di scrivere, ripeto per intensificare. Poi ti può sfuggire qualcosa, per esempio, a pagina due scrivi quattro figli, a pagina tre-due. Questi sono gli errori che si fanno e lì serve l’editor.

Quando scrive ci sono scrittori a cui fa riferimento?

Tanti, non uno solo. Tant’è vero che nell’ultimo libro ne ho elencati alcuni, per poi accorgermi di quanti me ne sono dimenticati. Dino Buzzati è uno degli autori italiani che preferisco, sul quale ho scritto un libro di critica che ha avuto successo. Tomasi di Lampedusa, le novelle di Pirandello, Guerra e Pace di Tolstoj, i racconti di Čechov. Tra gli americani e inglesi ammiro Henry James, Thornton Wilder. Nella Masseria scrivo la piccola città che è il mio omaggio personale a Wilder. Non volevo scrivere la città, era sì, Harberd, ma volevo che fosse un piccolo esempio per ogni tragedia armena.

Che difficoltà ha incontrato prima della pubblicazione del romanzo d’esordio?

Avevo tutto chiaro: prima finisco il libro, che mi soddisfi, senza pensare ad altro, poi quando l’ho finito, cerco un editore. Non potevo alla mia età girare con il libro sotto braccio, ne capivo abbastanza per sapere che se lo spedivo così, non succedeva niente. Allora ho cominciato a guardarmi attorno. Una mia ex allieva, traduttrice dal giapponese che viveva a Milano, mi suggerì un agente. Lo aveva interpellato in proposito e lui aveva risposto che era interessato. Io gli mandai il libro, dopodiché silenzio per nove mesi. Scoprii che era finito sotto qualche pila e loro non rispondevano. Quando poi andai negli Stati Uniti, in primavera, durante una cena con la capo-cattedra d’italianistica della University of Columbia, mi venne consigliato un altro agente. Dopo un contatto si era detto interessato, quando tornai in Italia gli mandai lo scritto; il giorno di Ferragosto mi telefona, dice che ha appena letto il libro, di non darlo a nessuno. A quel punto successe tutto in maniera naturale.

Quando è stato tradotto in armeno il libro?

Abbastanza presto. La traduttrice è Sona Haroutyunian, docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha tradotto anche La strada di Smirne. Fra poco uscirà anche Il libro di Mush in armeno.

E il primo paese a tradurlo?

La Svezia e l’Olanda hanno preso insieme i diritti, mi pare, però, che fosse la Svezia il primo paese.

Qual è il suo parere sul film de La masseria delle allodole?

La reputo una cosa a sé stante, ma ne sono contenta, perché funziona bene. Funziona bene perché divulga. Il film è diverso dal romanzo perché il linguaggio è diverso. Nel cinema bastano due note musicali per capire che c’è una minaccia, nel libro lo devi scrivere. Questo vale per ogni trasposizione, basti pensare a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e al lungometraggio di Visconti. Sono due opere differenti, ma ugualmente splendide. In fondo, per dieci anni questo è stato l’unico film sul Genocidio armeno, girato da non armeni, che ha fatto il giro del mondo. Questo succede in Italia dove ci sono 2000-2500 armeni, una minoranza esigua; è un onore per loro e un bel riscontro per me.

Cosa pensa dei cambiamenti che i registi hanno introdotto nel film rispetto al suo libro?

I fratelli Taviani hanno sviluppato alcune cose che io ho appena accennato, per esempio la scena conclusiva, quella del tribunale di Costantinopoli, che non è presente nel libro, perché non avrei potuto, dalla fine del libro con la morte di Aznive, fare un salto temporale e parlare del processo di quattro anni dopo. Avrei rotto l’atmosfera del finale in cui la ragazza si alza, canta Ov sirun, sirun e i bambini si salvano.

Come si è messa in contatto con i fratelli Taviani e come siete giunti alla decisione di girare il film?

Mi hanno telefonato, il gennaio successivo, nel 2005, dicendomi che avevano letto entrambi il libro, gli era piaciuto e che volevano assolutamente girare un film. Speravano che non avessi venduto i diritti a nessuno. E io, conoscendoli, sapevo che sarebbero andati fino in fondo. Il mio agente aveva anche dei contatti con Hollywood, con il gruppo di Spielberg, però avevamo il sospetto che tutto sarebbe rimasto in un cassetto.

Come si capisce da Il rumore delle perle di legno, suo nonno non parlava spesso delle sue origini…

Lui aveva deciso per l’italianizzazione totale per cui non ne parlavamo. Però ho avuto questi colloqui durante quell’estate in cui ero malata che sono stati splendidi. Mio nonno poi era carico di un senso di colpa terribile perché non aveva potuto fare niente. Lui era venuto in Italia molto prima, stava bene qui, era uno dei chirurghi più bravi, aveva fondato la scuola italiana di otorinolaringoiatra, se qualche personaggio illustre aveva mal di orecchie chiamavano lui. E dal niente ha fatto una fortuna.

Cosa ama e cosa detesta degli armeni?

Degli armeni della diaspora detesto la confusione, perché non sanno darsi uno scopo preciso ed andare fino in fondo. Nelle grandi comunità, come in Francia e in USA, potrebbero fare di più. Sono dispersivi. Gli armeni dell’Armenia non mi deludono ovunque io vada. Hanno quel senso di ospitalità profondo, innato, che è una disposizione del cuore.



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