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Anno 15 - Numero 5/6
Dicembre 2009/Maggio 2010
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RivistaInchiostro.it è segnalato da:
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| [Rubriche | Interviste] |
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| :: L'ospite del mese |
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| Daria Bignardi |
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“Non so se esista una scrittura al femminile: vorrei ci fossero solo persone che raccontano le loro storie. Che poi siano uomini o donne, chi se ne importa!” |
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“Sono nata con il cordone ombelicale attorno al collo. Cianotica, nera, pelosa e leggermente strabica, ma sana e vitale. Molto, molto reattiva”. Lo scrive di sé Daria Bignardi, con la concisione tipica dello stile da quotidiano, ma la partecipazione emotiva degna di una pagina di letteratura.
Perché, oltre ad essere un personaggio televisivo ed un’accreditata ed ascoltata opinion maker, la Bignardi è prima di tutto una giornalista; professione alla quale, da poco più di un anno, ha affiancato, a tutti gli effetti, anche quella di autrice di narrativa (nel gennaio del 2009 è uscita la sua opera d’esordio, “Non vi lascerò orfani”, salutata come una rivelazione da parte di molta critica).
“Prodotto” del liceo classico “Ariosto” di Ferrara (storicamente prodigo di talenti e fucina di figure note al grande pubblico, come ad esempio Vittorio Sgarbi), Daria Bignardi si trasferisce nei primi anni Ottanta a Milano, dopo un’esperienza presto interrotta al Dams di Bologna. Archiviate un’infelice parentesi nel settore pubblicitario e le collaborazioni con alcuni importanti magazine, approda al piccolo schermo dove, dopo la conduzione di programmi di grande popolarità, ma altrettanto discussi, come “Tempi moderni” e “Il Grande Fratello”, riesce a ricavarsi uno spazio tutto suo, quello del “salotto” dove chiacchierare amabilmente con ospiti molto eterogenei come provenienza, ma comunque tutti più o meno sulla cresta dell’onda e sotto i riflettori.
Il debutto in narrativa arriva alla soglia dei quarantotto anni, e fa seguito ad un articolo dedicato alla morte della madre. Un pezzo che, nel volgere di alcuni mesi, è andato trasformandosi in centosettanta pagine di un romanzo solo in parte autobiografico. |
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Lei ha condotto, fino a pochi mesi fa, un programma della Rai che si chiamava “L’era glaciale”. Eppure, si considera “L’opposto di glaciale”… |
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È vero! Mi danno sempre della fredda, ma io non mi ritengo affatto tale. Assomiglio invece a mia mamma, che era una persona molto sanguigna, un’emiliana doc. Era passionale ed ansiosa, e io ho ereditato soprattutto questa seconda caratteristica; solo che, mentre lei l’ansia la proiettava sulla famiglia, io ho imparato a rivolgerla al mio lavoro, trasformandola forse in un eccessivo perfezionismo. In ogni caso, “L’opposto di glaciale” è una definizione che dice tutto di me e che mi piace tantissimo. |
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In letteratura, la passionalità funziona o c’è un punto oltre il quale risulta retorica? |
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Dipende tutto dalla scrittura che viene utilizzata. Un po’ come ho cercato di fare nel mio primo libro, dove tratto argomenti profondi e coinvolgenti, però affrontandoli sempre con una certa levità. Il coinvolgimento emotivo, anche quando è travolgente, va reso comunque attraverso una lingua semplice e pulita. Non dico asettica, ma quasi. Uno stile misurato e controllato può addirittura servire a sottolineare ed enfatizzare sentimenti di grande portata. |
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Lei è costretta a rimanere dieci anni su un’isola deserta: quali sono i tre titoli che si porta? |
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Senz’altro libri molto corposi, così mi posso tenere impegnata a lungo! Il primo che metterei in valigia è “La ricerca del tempo perduto” di Proust, perché in questo modo avrei la possibilità di finirlo tutto: non ce l’ho mai fatta. E, già che ci sono, aggiungerei un altro romanzo imprescindibile che devo ancora terminare, avendone affrontato solo un volume e mezzo, ovvero “L’uomo senza qualità” di Musil. Per ultimo, mi porterei un altro “mattone”, e cioè “La fiera della vanità” di Thackeray, che è anch’essa un’opera parecchio corposa e che ho sempre desiderato leggere, senza mai averne davvero il tempo. |
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Quali sono stati i suoi amori giovanili? |
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Quelli di molti ragazzi della mia età. Potrei citare innanzitutto Hermann Hesse e Antoine de Saint-Exupéry. Poi, al liceo, ho scoperto Kurt Vonnegut, Friedrich Nietzsche e, appunto, Robert Musil. I classici russi e francesi, Flaubert, Zola, Gogol’, Puskin, Dostoevskij, Tolstoj, li ho divorati tutti abbastanza presto, al ritmo di quasi uno al giorno!
In età più adulta ho adorato “Il seminario della gioventù” di Aldo Busi, perché è il libro che mi ha dato il coraggio di compiere la scelta più importante della mia carriera, cioè quella di abbandonare la pubblicità per dedicarmi al giornalismo, seguendo in questo modo quello che era stato il mio sogno fin da piccola. Sono stata una grande appassionata di Busi. Poi… |
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È proprio lui ad aver detto che «il peggior difetto di un autore vivente è quello di non essere morto». Lei condivide questa provocazione? O, altrimenti, qual è a suo giudizio il difetto peggiore? |
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Be’, senz’altro quello di scrivere male! |
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Quali sono gli autori che oggi ama di più? |
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In testa a tutti c’è Philip Roth, che è anche quello che seguo con maggiore interesse e continuità. Con il suo recente “Indignazione” ha fatto centro un’altra volta. Come sempre, del resto. |
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Un titolo poco conosciuto di cui consiglierebbe la lettura? |
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“Olive Kitteridge”, il romanzo composto da un patchwork di racconti con cui Elizabeth Strout ha vinto il premio Pulitzer nel 2009. |
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Si può sostenere a buona ragione che esistano una scrittura, e dunque una letteratura, al femminile? |
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È una domanda alla quale non so rispondere in maniera decisa. Letteratura femminile, letteratura di genere: sono classificazioni che sembrano tutelare e promuovere la differenza, ma che alla fine, in buona sostanza, la imbrigliano in un cliché. Certo, sotto il profilo strettamente espressivo, la scrittura delle donne talora è diversa da quella degli uomini, ma quanto questa constatazione finisce con l’essere rilevante?
A dirla tutta e senza peli sulla lingua, mi sta un po’ sulle scatole che una simile differenza venga rimarcata; io preferirei invece che non esitesse proprio: vorrei che ci fossero soltanto persone che vivono e raccontano le loro storie. Che poi si tratti di maschi o di femmine, chi se ne importa! Altrimenti, si finisce con il precipitare in una logica deteriore tipo quella delle “quote rosa”. |
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Quali sono le caratteristiche del suo lettore ideale? |
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Non ritengo di avere un lettore ideale propriamente detto, però mi fa piacere quando la gente mi confessa che il mio libro l’ha fatta sia ridere che piangere. Ed è un evento che si verifica molto di frequente. |
Simonetta Sciandivasci |
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