Inchiostro segnala






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Bonsai

THIO

 

La nostra casa è stata costruita dal nonno, lui ha dipinto la facciata in verde e azzurro. Il nonno era uno che sognava molto. Sognava nelle notti di stelle, sognava osservando il mare, sognava percorrendo nel tempo e nello spazio distanze senza misura; sognava a occhi chiusi, sognava scrutando oltre il nulla. A volte, mentre sognava, gli accadeva di iniziare un racconto.
Seduto sui talloni, con la schiena appoggiata a una barca rovesciata e lo sguardo rivolto verso quella parte del cielo dove nascono il sole e le altre storie, aspettò che noi bambini ci fossimo disposti ordinatamente a semicerchio davanti a lui, poi cominciò a parlare. «Laggiù, nella terra da cui siamo venuti, c’è una montagna chiamata Damavand. Dalle sue cime è uscito il fuoco che ha forgiato le nostre spade, nelle sue viscere dormono i nostri re. Lungo i suoi fianchi l’erba cresce così verde che anche l’azzurro del cielo si china a carezzarla, e dalle sue nevi scendono ruscelli, come collane d’argento e perle».
Un brivido mosse le piccole teste: «La neve!».
Il vecchio aprì gli occhi e fissò uno ad uno i bimbi: «Ora vi affido un segreto. Qualcuno dice che nel cuore più profondo di Damavand si trovi, nascosta da millenni, la coppa di Giamshid che riflette il mondo. Così dicono, ma la verità è che quando re Dario lasciò sua madre Humay, lei gli mise nella bisaccia la coppa che Dario portò con sé fino a queste coste, nel suo viaggio verso le isole della Grecia. Prima di ripartire la sotterrò e lasciò tre dei suoi uomini affinché loro e i loro figli, e i figli dei loro figli, custodissero il luogo dove l’aveva seppellita. Gli anni passarono, si consumarono le generazioni e la memoria, e svanì il ricordo della coppa».
«Ma tu l’hai cercata?», chiese Yassin.
«Ogni giorno della mia vita mi sono svegliato con la speranza di potermi addormentare alla sera avendola tra le mani, ma ora che la mia notte si avvicina so che entrerò nel sonno a mani vuote», rispose il nonno.
Il sole era tramontato e il villaggio stava scivolando nell’ombra. La vecchia Fatma raccolse in un fagotto i suoi panni e la scodella che usava per bere.
Quella scodella un po’ ammaccata con cui giocava da bambina, incantandosi a guardare il mondo.

 

 

AFAR (TRIBÙ DANCALA)

 

Era una di quelle sere in cui il buio tardava a scendere e nessuno si affrettava, per le strade di Isfahān; nelle case da thè, sotto i ponti, le lampade erano ancora spente e rosseggiava solo, qua e là, la brace dei qaliun, le pipe ad acqua.
La voce morbida di Agī Ebrahim si fece largo tra il silenzio pigro e lo sciabordio dell’acqua che batteva contro i pontili: «Molti se ne andarono, allora, perché sembrava che in Persia non ci fosse più posto per i persiani: alcuni seguirono le antiche rotte, oltre l’Oman e Bab el-Mandib, là dove si entra nel mare Eritreo e nel Paese degli Habasha. Si fermarono sulla costa, che oggi chiamano Dancalia, e in poco tempo sorsero porti, arrivarono navi e carovane e rifiorirono i commerci. Furono costruiti pozzi e canali e cisterne, l’acqua riprese a scorrere e tornarono alberi, erba e prosperità».
«Ci volle coraggio!».
«Ah, sì! Ma c’erano molti lati positivi. Le donne, per esempio. Pare fossero molto belle, da quelle parti, e, con il passare degli anni, intorno ai porti sorsero villaggi e poi si arrivò a non distinguere più tra persiani e abissini. Giunsero yemeniti, greci, ci fu gran movimento».
«Perdonami l’interruzione, Agī Ebrahim – Nabisodeh, all’altro tavolo, stava ascoltando con piacere quel racconto: niente di meglio di un bel racconto in una sera d’estate – ma una volta ho sentito una leggenda sui persiani della Dancalia. Diceva, se ricordo bene, che si era trasferita laggiù anche una famiglia di Shīrāz, che lì era cresciuta in ricchezza e potere, ma senza mai dimenticare la propria terra. La storia dice che ancora oggi i discendenti di quella famiglia hanno l’obbligo di venire in Persia per trovare moglie».
«Una bella fiaba, mio caro, nient’altro che una bella fiaba! Non è rimasto più nulla di persiano da quelle parti».
La notte s’insinuava sotto i ponti di Isfahan, mentre un gruppo di amici meditava su ciò che inizia e ciò che finisce.
Un ragazzo afar, arrivato qualche giorno prima da Massaua, e una ragazza di Shīrāz si alzarono e si allontanarono tenendosi per mano.
Lui era alto e bruno, e sogghignava divertito, dicendo tra sé: “Guarda quello! Sembra mio nonno. Sono tutti uguali, questi persiani!”.

Francesca Chiesa – Mestrino (Padova)

 

 

LE ULTIME PAROLE FAMOSE/10

 

Mogliettina mia adorata,
ho deciso! Ascolterò i consigli di mio padre e dei tuoi genitori: un lavoro serio è quello che serve per il futuro sereno della nostra casa. Essere un bravo imprenditore è un’arte, ed io sarò tale. Mi dedicherò al settore dei tessuti preziosi, allargando l’attività di famiglia. Viaggeremo per il mondo alla ricerca di materiali pregiati, e così tu potrai esibirti nei migliori teatri. Faremo fortuna, tesseremo relazioni con personaggi importanti, diventeremo ricchi.
Basta con le puerili fantasie d’evasione, espressione di infantilismi sciocchi! Ho capito che bisogna essere pratici, se si ambisce a diventare qualcuno. Molti sognano fama e successo, noi li otterremo con i commerci. Tanti favoleggiano di terre misteriose ed esotiche, spiagge remote, azzurre distese oceaniche, cieli stellati d’Oriente, città lontane e misteriose; noi vedremo tutto questo.
Mai più le tristi brume padane, mai più le rive del Po o dell’Adige: navigheremo su vascelli, solcando mari immensi, conosceremo genti di altri Paesi, vivremo mirabolanti avventure. E un domani, chissà, sarò ricordato per aver fornito stimoli e ispirazione a quanti vorranno occuparsi di questa materia, scrivendo libri o racconti.
Mia perla, mia tigrotta, sei pronta a partire?
Tuo Emilio

Jessica Giorli – Napoli