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La disfida

Leielui – Andrea De Carlo, Bompiani, 567 pagine, 18,50 euro

PRO - di Diana Lorenzi

È l’acqua l’elemento che è causa e testimone dell’incontro tra i due protagonisti, attraverso una pioggia tanto torrenziale quanto provvidenziale; ed è sempre l’acqua a fungere da legante tra i loro corpi e le loro anime, a suggello dell’avvenuta unione tra due entità appartenenti sì a mondi diversi, apparentemente inconciliabili, ma dipendenti e inseparabili l’una dall’altra, come la Terra e la luna.
Nel mezzo, Andrea De Carlo racconta di un’estate torrida – vissuta tra una Milano afosa e appiccicaticcia, una Liguria soleggiata e vitale e un paesino del Sud della Francia, reso nei colori, nei profumi, perfino nei sapori – e dell’amore che nasce e travolge inesorabilmente i due personaggi principali: Clare, una trentenne americana trapiantata da anni in Italia, intrappolata in una relazione con un avvocato insipido, noioso, da cui però si sente rassicurata e dal quale non riesce a prendere le distanze; Daniel, scrittore un tempo di successo, con matrimoni fallimentari e figli “a distanza” alle spalle, avvezzo all’alcol e alla superficiale frequentazione di donne altrettanto superficiali, in preda ad una crisi d’ispirazione che è prima di tutto una crisi esistenziale.
Questo è l’intreccio creato da De Carlo, il cui inconfondibile stile, una garanzia di qualità e potenza evocativa, lascia il segno anche nella sua sedicesima fatica, giocata per lo più su voci interiori, sensazioni e pensieri che dispiegano alternativamente i punti di vista di lei e di lui. Ma attenzione: “Leielui” non è un romanzo psicologico o pseudo-filosofico, che bighellona tra scialbe divagazioni e inutili elucubrazioni mentali. Anche le parti più introspettive del testo, infatti, sono funzionali a delineare e marcare i caratteri di Clare e Daniel e a spingere così i protagonisti verso una decisione e quindi all’azione.
E se è chiaro fin da subito quale sarà il percorso intrapreso dai due – loro che si incontrano, che si odiano all’inizio ma poi pian piano si innamorano – nonché quale sarà l’epilogo – lei che lascia il suo prevedibile fidanzato, lui che salva lei e lei che salva lui – è il modo in cui si dipanano le vicende a tessere una trama in cui si rimane piacevolmente invischiati. Insomma, chi spera in una qualche “sorpresa” rimarrà deluso; ma, in realtà, non c’è alcuna ragione, alcuna vera necessità per dovere attendere un colpo di scena, tanto efficace e solida è già la storia.
Le uniche “istruzioni per l’uso” con cui affrontare il romanzo sono quindi di evitare quello scetticismo di fondo con cui in genere ci si avvicina ad un libro che tratta d’amore. Perché proprio d’amore qui si parla, nella sua banalità, se così la si vuol definire, che è poi la semplicità che si riscontra nelle storie vere, di tutti i giorni, e che pochi altri scrittori come l’autore di “Due di due” o “Arco d’amore” riescono davvero a fissare e ad imprimere sulla pagina e nella mente di chi legge.


CONTRO - di Laura Perina

Proprio come la mamma, anche De Carlo è sempre De Carlo. L’assioma, tuttavia, non attiene all’insostituibilità dell’autore milanese, bensì alla dubbia originalità del suo registro espressivo. Sarà pur vero, infatti, che repetita juvant, ma prendere troppo sul serio questa massima, tanto da farne uno stile di vita – o di scrittura, come nel nostro caso – produce l’effetto contrario: lungi dall’aiutare, corre il serio rischio di annoiare.
Detto in maniera più diretta, e senza perifrasi: del buon De Carlo, o quantomeno di questo suo ultimo romanzo, si può senz’altro fare a meno. Ogni buon lettore, infatti, nella propria biblioteca personale troverà di certo parecchie trame molto simili; se, per giunta, costui avrà anche avuto l’occasione di sfogliare qualcuna delle opere del Nostro, in particolare alcune tra le più recenti, potrà tranquillamente risparmiarsi la fatica (e i quasi venti euro del prezzo di copertina) di affrontare questo “Leielui”.
L’intreccio, se tale si può definire, affonda in un abisso di ovvietà che farebbe invidia a molti dei colleghi italiani, sedicenti novellieri, i cui titoli affollano gli scaffali delle librerie: lei è una centralinista precaria e passiva, fidanzata con un rampante professionista che cerca di convincerla a cambiare mestiere e abitudini; naturalmente, Clare è infelice. Lui è un narratore semi-fallito e semi-alcolizzato che vive all’ombra dell’unico best seller che è riuscito a produrre; ha due figli adolescenti che vede poco e, com’è ovvio, pure lui è un insoddisfatto.
Clare e Daniel si incontrano per caso e, secondo copione, a pelle non si sopportano. Però sono misteriosamente attratti l’uno dall’altra, quindi danno inizio ad una serie di contatti telefonici che sfociano in un’improbabile vacanza nella casa paterna di lei, in Liguria. Lo sviluppo è talmente prevedibile che non vale la pena sprecare ulteriore spazio per raccontarlo.
Il problema è che la storia messa in piedi da De Carlo è tutta qui: lei è triste, lui anche, ma, quando si conoscono, entrambi, come toccati dalla bacchetta magica, rifioriscono a nuova vita. Un messaggio perfettamente riassunto nel titolo, uno slogan che sembra urlare a pieni polmoni: «Mi hanno scritto tutto attaccato per farmi apparire meno banale».
Per favore, non si proclami che De Carlo ha inteso operare un’analisi dei complicati rapporti tra i sessi. L’ultima invenzione dell’autore che fu tanto amato da Calvino – quanta acqua è passata sotto i ponti! – pare infatti niente più che il modesto frutto di una totale mancanza di idee. Ma cosa è successo a colui che ha firmato capolavori come “Treno di panna” e “Due di due”? Forse, tentare di scalare le classifiche con cadenza biennale ne ha compromesso verve, brillantezza e profondità letteraria: anche ai suoi libri, insomma, andrebbe applicato il detto “Meglio pochi, ma buoni”.