SONO STATO A LISBONA E HO PENSATO A TE Luiz Ruffato; La Nuova Frontiera 94 pagine; 12,00 euro
Da Cataguases, cittadina sperduta nello stato di Minas Gerais in Brasile, a Lisbona, il viaggio di Sérgio è alla ricerca di un’illusoria fortuna. «Il futuro è in Portogallo», gli dicono quando già pensa di partire, perché ormai convinto che solo all’estero potrà guadagnare i soldi che lo faranno vivere di rendita una volta tornato in patria. Ma dalla povertà del Sudeste alla vita in terra lusitana il salto è grande solo per l’oceano che c’è di mezzo; per tutto il resto è sempre questione di scarse opportunità, con in più il peso della competizione con altri stranieri per un lavoro che, anche quando c’è, non garantisce riscatto né ascesa sociale. La storia di Sérgio ha il grande merito di essere narrata in presa diretta. Ruffato, emergente autore brasiliano, sostiene infatti di aver trascritto (e solo in parte modificato) le conversazioni avute a Lisbona con il protagonista. Il racconto ha così ovviamente una forte impronta orale, che trasmette al lettore un’autenticità sorprendente. Il testo originale si giova inoltre di una notevole ricchezza data dalle diverse varietà di portoghese usate, che nella trasposizione in italiano si perde. Questo almeno è ciò che si ricava dalla nota finale del traduttore, docente di linguistica che purtroppo, dimenticandosi di scendere dalla cattedra, consegna al pubblico un’appendice astrusa e inopportunamente accademica. Le esperienze di Sérgio sono affrontate con il suo sguardo talvolta ingenuo, altre più smaliziato, ma il realismo delle vicende comporta che l’esito sia sempre la sconfitta. Non ci sono tuttavia rassegnazione o amarezza eccessiva perché “nelle mie vene c’è sangue indigeno, lusitano e di schiavo, di cui vado fiero e che mi dà la forza di andare avanti”. Sérgio e Ruffato mostrano dunque l’altro lato della Lisbona pittoresca, meta di viaggi glamour: quella di capitale aperta sul mondo per tutta la gente che vi transita – abitanti delle ex colonie, lavoratori dell’Est Europa e ovviamente turisti – ma chiusa in se stessa per la cinica freddezza con cui accoglie i più deboli.
Marco Belotti
L’ULTIMA EREDITÀ Valentina Pattavina; Fanucci 214 pagine; 16,00 euro
Un bizzarro mistero, un borgo medioevale famoso in tutto il mondo e una libraia che si improvvisa detective. Sono gli ingredienti della nuova fatica di Valentina Pattavina, che fa seguito al grande successo dell’esordio con “La libraia di Orvieto”, che in comune con questo romanzo ha l’ambientazione, la cittadina umbra, e la protagonista, ma si avvale di una struttura più convincente. Matilde, dopo un tragico evento familiare, si è trasferita a Orvieto, inventandosi una nuova esistenza. Una camera in affitto dalla signora Giorgina, vedova del ragionier Rocca, e un impiego nel negozio del professor Paolini, libraio per amore della letteratura più che per scopo di lucro, sono il punto da cui ripartire, in compagnia dei due cani Doris e Lessing. A turbare una tranquilla routine arriva in città Cosetta Curci-Viali, cantante di operetta, che suscita le ire e le invidie di Giorgina, segretamente infatuata di Paolini, per le tenerezze che l’artista, memore di una passione giovanile mai sopita, scambia con l’uomo. Sullo sfondo di sentimenti antichi e nuovi, tra misteri inspiegabili e talvolta un po’ goffi, tra visioni gotiche, incendi e gelosie d’altri tempi, gli accadimenti si susseguono in uno strano autunno orvietano, sino ad arrivare ad un epilogo di sicuro non scontato, ma non molto verosimile. Una scrittura pulita ed essenziale, quella della Patavina, che propone una storia piacevole, con trovate a volte forse semplicistiche, ma comunque ingegnose. Riuscito ed efficace, come già nell’esordio, il personaggio di Matilde, che guida le indagini più per curiosità e per vincere il tedio della vita di provincia che per uno slancio investigativo vero e proprio. Peccato per le innumerevoli digressioni che interrompono continuamente il ritmo: divagazioni, continue spiegazioni, le più disparate citazioni, da Foscolo all’Iliade, infarciscono le pagine, facendo perdere di vista il filo conduttore e, dunque, impedendo una lettura scorrevole, come invece la vicenda meriterebbe.
Sonia Biasin
IL REGNO ANIMALE Francesco Bianconi; Mondadori 229 pagine; 17,50 euro
Preceduto da altri illustri esempi fra i colleghi cantautori, anche Francesco Bianconi, leader dei Baustelle, ha deciso di cimentarsi con la narrativa. Per firmare il proprio esordio, Bianconi ha scelto la vicenda di un giovane pieno di belle speranze, Alberto, il quale, lasciato il classico paesino di provincia, tenta la fortuna a Milano, salvo doversi accorgere ben presto che i risultati non sono pari alle attese. La sua storia si intreccia con quella di altri personaggi ma, soprattutto, si mescola e deve fare i conti con quello che dallo stesso Bianconi viene definito come lo stato di degrado a 360 gradi di buona parte della gioventù milanese: droga, sesso, soldi facili e sporchi sembrano ormai le uniche motivazioni delle nuove generazioni nella capitale italiana della moda; il rovescio della medaglia è rappresentato da chi è invece alle prese con un lavoro non all’altezza delle proprie aspettative e competenze e magari fatica pure ad arrivare a fine mese. Lo stile di Bianconi non si fa apprezzare per particolari virtuosismi, innovazioni o tocchi di genio; il testo è comunque scorrevole e l’autore descrive in modo diretto e senza imbarazzi anche le scene più intime. Discutibile, invece, l’opzione di relegare alle note a piè di pagina delle intere parti di narrazione: in un paio di occasioni, le postille e le chiose finiscono con l’essere quasi più lunghe degli stessi capitoli, i quali, tra l’altro, sembrano più dei racconti indipendenti e slegati tra loro, che non delle omogenee tessere di un lavoro unitario. Sarà forse banale cedere alla tentazione di paragonare l’attività del cantautore con quella di scrittore, ma d’altronde la scelta di gridare in copertina che si tratta del “primo romanzo del leader dei Baustelle” espone Bianconi a questo tipo di confronto. E la riuscita non parla certamente a favore del versante letterario. L’impressione è infatti quella di un esordio affrettato: l’opera appare immatura, debole strutturalmente e poco coesa. Se poi l’intento di Bianconi fosse stato quello di colpire o stupire con squallide storie metropolitane, anche qui l’esito sarebbe deludente: il risultato, alla fine, è simile a quello suscitato dalla lettura della pagina di “nera” di un qualsiasi quotidiano.
Marzia Ghiglione
TOM PICCOLO TOM Barbara Costantine; Fazi 204 pagine; 14,90 euro
È la favola di Tom, undici anni, che vive in un paesino di campagna della Francia Meridionale, a segnare il ritorno in libreria di Barbara Costantine, giunta alla terza prova letteraria. Tom abita in una sgangherata roulotte insieme con la giovanissima mamma ed è quotidinamente alle prese con la dura realtà dell’indigenza. Per necessità, impara presto ad essere autonomo, perché la madre fa lavori precari e la sera, anziché badare al figlio, se ne esce. Per mangiare, così, Tom ruba dall’orto dei vicini, si ingegna a coltivare la verdura e si guadagna qualche soldo vendendo mazzetti di fiori. Nonostante la crudezza del mondo in cui è costretto a vivere, il ragazzino trova il tempo e la voglia per dedicarsi anche a chi ha più bisogno di lui, accudendo l’anziana Madeleine. Quella del piccolo Tom è una storia scritta con stile semplice e cristallino. Il tono è ironico e leggero, il ritmo costante, senza sbalzi. I dialoghi sono costruiti intorno a battute veloci, che rispecchiano l’atmosfera del contesto rurale. Il centro d’attenzione è rivolto tutto verso il protagonista, e Tom è il filtro attraverso il quale il lettore conosce anche gli altri personaggi. La Costantine proietta una vicenda dei giorni nostri in una dimensione atemporale e in un ambiente genuino, dove la cattiveria della società non esiste o viene comunque stemperata. L’autrice riesce ad affrontare con delicatezza le angosce universali di chiunque: la solitudine, l’abbandono, la vecchiaia come condizione di trascuratezza e avvilimento. L’eccessiva parcellizzazione in brevi capitoli tende a spezzare in troppi frammenti la storia, e alcune sequenze finiscono con risultare ripetitive. Tuttavia, la bellezza del romanzo non ne viene compromessa, racchiusa com’è nella dolcezza dei gesti e dei pensieri di Tom e nel sorriso con cui il ragazzino affronta una vita difficile, assaporandone ogni attimo senza inutili desideri e capricci, ma avvolgendo anzi ciascun avvenimento di una benevole ironia che contagia dalla prima all’ultima pagina.
Stefano Fornaro
OGGI AVREI PREFERITO NON INCONTRARMI Herta Müller; Feltrinelli 188 pagine; 16,00 euro
Storie di regime e cronache di un amore. L’ultimo lavoro del Nobel 2009 è questo; e davvero poco altro. Miseria, terrore e dittatura comunista sono di passaggio, restano sullo sfondo, sembrano solo elementi di una scenografia. La protagonista, senza nome, con le prime righe, o meglio con le prime parole, immerge il lettore in una storia dai toni kafkiani: la convocazione da parte della Securitate, i terribili servizi segreti di Ceausescu. Non è dato sapere il perché né cosa succederà esattamente durante l’incontro; in realtà, l’ordine di comparizione non è che un pretesto scelto dall’autrice per delineare la vita di una giovane romena, con le sue riflessioni e i suoi ricordi più intimi. Trovano spazio, tra questi ultimi, l’amica del cuore, Lilli, uccisa sul confine mentre cerca di scappare in Ungheria; il padre, che tradisce la moglie con una ragazza dalla lunghissima treccia; la mamma e il primo marito. I personaggi alla fine sono tanti, ma uno solo è il vero coprotagonista: Paul, l’unica, grande passione. Così, se parliamo di un libro che vuole descrivere un amore, allora “Oggi avrei voluto non incontrarmi” è senz’altro una prova positiva, e la capacità evocativa della Müller appare efficace. Ma se invece si vuole considerare l’opera come un romanzo che tratta di un periodo oscuro della storia europea, dell’angoscia di milioni di vite oppresse dal regime, di un popolo pieno di voglia di vivere nonostante l’incubo quotidiano; ecco, allora, che l’insieme si rivela carente. La narrazione gira attorno alle vicissitudini della protagonista senza che queste, tranne in alcune pagine, abbiano un reale, coinvolgente legame con il contesto in cui sono calate. Il risultato è il racconto della vicenda di un uomo e di una donna come potrebbe accadere oggi, in un qualsiasi luogo di campagna un po’ fuori dal mondo; certo, resa con grande maestria, ma forse con troppa leggerezza e scarsa partecipazione emotiva. Da un Nobel, francamente, ci si aspetterebbe qualcosa di più.
Tommaso Marzaroli
IL CARNEFICE Francesca Bertuzzi; Newton Compton 281 pagine; 9,90 euro
Danny, una giovane di origine africana, rientrando dall’ospedale dopo un’aggressione subita fuori dal bar in cui lavora, trova un misterioso messaggio da parte della sorella, che credeva morta di meningite sedici anni prima e seppellita in un bosco. La ragazza, aiutata dal suo amico e capo Drug Machine, decide di mettersi a scavare nel passato di quegli eventi, finendo per riesumare segreti, intrighi e bugie di una provincia non così tranquilla come vorrebbe mostrare di essere. L’esordio della giovane romana Francesca Bertuzzi, articolato in ben sessantadue capitoli brevi, si legge con estrema facilità. La scrittura è fluida e la narrazione cattura fin dalle prime battute. Il romanzo, che si apre con connotazioni pulp, espliciti tributi a Quentin Tarantino, varia registro man mano che le pagine procedono, e finisce con il diventare un thriller inquietante, dai risvolti sorprendenti. La Bertuzzi, che bazzica il mondo del cinema, è brava soprattutto nel realizzare scene che sembrano tratte, o pensate, per il grande schermo. Sono situazioni, avvenimenti, momenti che assorbono completamente l’attenzione del lettore, sortendo l’effetto di trasformare le parole quasi in immagini concrete. L’intreccio è uno dei punti di forza del libro, per l’originalità del soggetto e perché offre uno sviluppo denso di accadimenti sicuramente imprevedibili, e ciò nondimeno plausibili e inseriti senza forzature nel contesto. Affascinante e coinvolgente la forza di Danny, anche se la figura dotata di maggiore attrattiva – e che suscita immediata simpatia – è quella di Drug Machine, che riesce a dire quello che tanti non osano neppure pensare. Alcuni personaggi secondari risultano invece assolutamente inutili: senza alcun peso nella vicenda, non apportano neppure un arricchimento allo spessore dei protagonisti, e di conseguenza la loro funzione sembra essere solo quella del riempitivo.
Diana Magoni |

