Scrittura gialla e noir/9
L’AUTOPSIA PSICOLOGICA Nel panorama delle scienze criminologiche sta ultimamente affermandosi il concetto in base al quale anche il ruolo della vittima riveste una specifica rilevanza nel corso delle indagini su un delitto. L’analisi del comportamento violento non può infatti esimersi dallo studio delle interazioni esistite o esistenti tra chi delinque e la corrispondente parte lesa. Anche la cronaca più recente insegna che non è più possibile affidarsi esclusivamente alla medicina legale e all’esame della scena del crimine per cercare di individuare un responsabile, ma si può arrivare a formulare teorie accusatorie (che devono ovviamente essere poi suffragate da ulteriori elementi probanti) partendo dalle dinamiche all’origine del delitto e dalle relazioni intercorrenti tra ipotetico autore e soggetto offeso. Le domande fondamentali, quindi, sono: perché il supposto colpevole ha scelto quella vittima in particolare e/o perché ha privilegiato proprio quel determinato momento per colpire? Ecco dunque subentrare questa nuova branca della scienza forense ed investigativa, nata negli Stati Uniti alla fine degli anni Cinquanta e impostasi in Italia in tempi abbastanza vicini, nota appunto come “autopsia psicologica”. Nel dettaglio, tale disciplina contempla la ricostruzione retrospettiva della vita di una persona scomparsa, rapita o deceduta, con lo scopo di comprendere meglio gli avvenimenti che hanno preceduto i fatti criminali oggetto di inchiesta. Si tratta quindi di un’analisi successiva al compimento del reato (e alla sua scoperta), che viene attuata tramite un approfondito e minuzioso lavoro, costituito dalla raccolta di testimonianze, dall’effettuazione di rilievi in loco e dall’esame di incartamenti, lettere, diari, fotografie ed e-mail, nonché di tracce presenti nei computer eventualmente utilizzati. Nell’opera di ridefinizione del quadro d’insieme non devono poi mancare lo studio delle abitudini della vittima e dei suoi profili relazionali, attraverso l’interrogatorio di parenti, amici, vicini di casa e colleghi e la consultazione di documenti personali, rapporti medici o di polizia e pratiche giudiziarie. Molto spesso si rivela infatti sufficiente cogliere una variazione nella routine, riguardante alimentazione, orari, comportamenti sessuali, hobby o attività ludiche, per orientare le indagini in una direzione più specifica, o quantomeno per restringere in maniera significativa lo spettro investigativo. Cambiamenti negli usi, nuove consuetudini, sbalzi di umore apparentemente immotivati, incontri non usuali o digressioni dall’atteggiamento normale sono tutti indizi di un evento straordinario, sia pure occasionale, intervenuto nella sfera individuale di chi è stato oggetto di un delitto, e sovente si tratta di un elemento in grado di fornire indicazioni preziose e a volte risolutive. Per esempio, se dalle informazioni ricavate si evince che la vittima di un omicidio era un tipo riservato e sospettoso, e la scena del crimine indica viceversa che ha aperto spontaneamente, e in abbigliamento da casa, la porta al proprio assassino, si può senz’altro concludere che la vittima stessa si sia trovata in presenza di una persona che conosceva assai bene e verso la quale nutriva la massima confidenza e fiducia. Se, invece, gli esami autoptici appurano che l’ultimo pasto è stato consumato, poniamo, in un ristorante etnico normalmente non frequentato da chi è stato ucciso, e nel contempo le testimonianze raccolte presso i conoscenti evidenziano come, negli ultimi giorni, il soggetto in questione abbia disertato i luoghi abituali durante l’intervallo del pranzo, apparendo anche distratto, di buon umore o particolarmente assorto, ecco come dall’analisi combinata di questi fattori, il primo di natura specificamente medico-legale, il secondo di matrice psicologica, diventa plausibile la presenza di una nuova relazione, circostanza che può aver giocato un ruolo determinante negli avvenimenti delittuosi che si sono prodotti. Accanto a questi indizi che possono apparire scontati e perfino banali (anche perché ormai ampiamente noti, in quanto portati a conoscenza del grande pubblico dalla letteratura di genere, dal cinema e dalle serie tv), vengono di norma effettuate ricerche molto più approfondite, inerenti il profilo sia della parte lesa, sia – se c’è – del potenziale colpevole. In sostanza, si può dire che il compito di un investigatore “moderno” (e, quindi, di chi voglia rendere in maniera narrativamente efficace e realistica una simile figura) è quello di ricostruire una sorta di biografia della vittima, focalizzando in modo specifico l’attenzione sugli ultimi giorni ed ore di vita, per risalire con la maggiore fedeltà possibile allo stato emotivo e mentale che contraddistingueva la persona in prossimità dell’evento. Una sorta di anamnesi post mortem, insomma, redatta utilizzando ogni possibile dettaglio, e che per la sua complessità – nonché per la natura stessa delle indagini che vanno compiute – richiede un approccio di tipo interdisciplinare. La valutazione delle caratteristiche comportamentali delle vittime, unita, come detto, alla ricostruzione del loro ritratto psicologico, può far emergere particolari in grado di proiettare una luce rivelatrice anche sull’identikit dei criminali. Infatti, si può comparare il profilo di chi è stato oggetto di un’azione delittuosa con altri casi simili, solitamente irrisolti, presenti nella banca dati a disposizione di qualsiasi detective. L’utilizzo di tale procedimento risulta inoltre proficuo nei casi di morti sospette, dove sussista il dubbio ragionevole di un suicidio o qualora si sia in presenza di un assassinio mascherato da avvenimento fortuito o da atto autolesivo. In altri termini, in assenza di altri elementi probatori può essere l’analisi psicologica della vittima nelle ore immediatamente precedenti al decesso a indirizzare in modo felice le indagini, perseguendo quindi l’obiettivo che costituisce il fine ultimo della scienza criminologica: avvicinarsi alla verità superando le apparenze. Sabina Marchesi |

